Il sentimento di giustizia come principio e fine di legalità

di Maria Pia Fontana

Il rapporto tra legalità e giustizia è stato sempre controverso e molto dibattuto nel corso dei secoli. Ogni ordinamento si è fatto interprete e garante della “sua” giustizia e talvolta solo dopo una guerra o una rivoluzione si è riusciti a mitigare o a porre fine all’ingiustizia profonda di un regime che pure trovava la sua legittimità su atti aventi la forza e i crismi delle leggi.

Secondo L. Pepino[1] la modernità giuridica nascerebbe con la tragedia di Sofocle Antigone (442 a.C.) in cui la protagonista rappresenta l’anelito alla legalità sostanziale (giustizia) in conflitto con la legalità meramente formale, incarnata dal tiranno Creonte, re di Tebe. Antigone, infatti, mossa dalla tensione etica che nasce dal legame di sangue e dall’affetto verso il fratello Polinice, ma anche dall’intima adesione a quella che ritiene essere una norma divina, desidera dare sepoltura al proprio familiare, mentre Creonte le nega questo diritto perché in base alle leggi positive, frutto della sua volontà tirannica (nomos despotes) chi è considerato un traditore non ha diritto alla sepoltura.
Le figure archetipe di giustizia e la simbologia attraverso la quale nei secoli è stata rappresentata ci svelano il suo significato profondo, considerando che ogni simbolo è contemporaneamente interpretazione, generalizzazione e normazione espresse con la forza della sintesi[2]. In particolare, il simbolo contiene un concentrato di significati a forte impatto emotivo, ed è in grado di riassumere in un’immagine accessibile e chiara a tutti il senso profondo di un’evoluzione culturale che attraversa i secoli.

Nell’antico Egitto la giustizia era personificata dalla dea Maat, il cui emblema era una piuma, quasi a significare la delicatezza della sua mano e della sua azione, che, diversamente, molti secoli dopo si sarebbe tramutata in vigore e in capacità impositiva attribuendo alla stessa giustizia anche i segni del potere (es. la spada, i fasci). Nel Libro dei Morti, la Dea Maat svolgeva una funzione fondamentale per la pesatura delle anime. Il defunto, infatti, si presentava davanti al tribunale divino presieduto da Osiride, dio della morte. Anubi, dalla testa di sciacallo, poneva su un piatto della bilancia il cuore del deceduto, che per gli egizi era sede della coscienza, e sull’altro piatto veniva posta la piuma di Maat. Se la bilancia rimaneva in equilibrio, la coscienza del defunto era leggera come una piuma ed egli poteva entrare serenamente nel regno dei morti.

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Psicostasia o “pesatura dell’anima”. Dal Libro dei morti di Ani, c. 1275 a.C.

Al contrario, se il suo cuore risultava troppo pesante, la sua coscienza era appesantita da errori e cattiverie, e l’organo veniva divorato da un animale mitologico mostruoso dalla testa di coccodrillo e dal corpo di leone. Nell’antica Grecia la dea della giustizia si chiamava Themis e già nel nome era contenuta la radice ϑe che vuol dire “legge”, “norma”, “regola”. Themis incarnava, infatti, l’ordine cosmico dell’universo, presiedeva ai doveri che legano gli uomini agli dei, garantiva le cose lecite ed impediva quelle illecite. Dalla sua unione con Zeus nacquero le Ore, personificazione delle stagioni: Esiodo le chiama Eunomia (disciplina) Dike (giustizia) Eirene (pace). Nel Medio Evo si consolidò la rappresentazione della giustizia come persona, quasi sempre una donna, spesso identificandola con una delle quattro virtù cardinali cristiane insieme alla Prudenza, alla Fortezza e alla Temperanza e la bilancia divenne un suo attributo costante. Singolare il fatto che mentre nella raffigurazione della giustizia compaia quasi sempre la donna, la personificazione del potere sia maschile. Basti pensare alla copertina della prima edizione del Leviatano di Thomas Hobbes (1651) che mostra chiaramente un sovrano gigante, composto dall’aggregazione di tanti piccoli uomini, che tiene in una mano un pastorale (simbolo del potere religioso) e nell’altra una spada (simbolo del potere temporale).

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Particolare della copertina del Leviatano di Thomas Hobbes, pubblicato nel 1651

A tal riguardo, possono farsi diverse ipotesi. Forse la donna nell’immaginario collettivo sedimentato nei secoli rappresenta maggiormente l’idea dell’armonia e della mediazione, della composizione di interessi diversi, mentre l’uomo è più vicino all’idea del dominio e della forza fisica. Tuttavia, questa polarità maschile/femminile non scompare nell’iconografia della giustizia, che conserva tutt’oggi una certa ambiguità. Infatti, a partire dal XIII secolo la Donna-Giustizia viene raffigurata con la bilancia e con la spada, oggetti che rimandano ad ordini simbolici molto diversi e difficilmente conciliabili. La bilancia, infatti, evoca l’idea di equilibrio, della misura, della ponderazione nonchè la capacità di soppesare e di ascoltare anche le ragioni degli ultimi, di coloro che “hanno fame e se sete di giustizia”, mentre la spada rimanda all’idea della forza belligerante e cruenta, che può anche ferire e seminare terrore. E’ come se questo contrastante connubio volesse suggerire che per essere efficace la Giustizia ha bisogno di saggezza, ma anche di potenza, di mitezza femminile come anche di vigore maschile. Come scrive Blaise Pascal nei suoi pensieri «La giustizia senza la forza è impotente; la forza senza giustizia è tirannica. La giustizia senza forza è contestata, poiché i cattivi esistono sempre; la forza senza la giustizia è messa sotto accusa. Occorre dunque congiungere giustizia e forza, e per questo fare in modo che ciò che giusto sia forte o che ciò che è forte sia giusto». 0000306_dea-bendata-della-giustizia-h-20-statua-scultura-in-resina-bronzata

Altro simbolo controverso è quello della benda. Perché la giustizia è cieca? Secondo A.Prosperi[3] questa immagine risalirebbe al Cristo bendato, dileggiato e percosso, ma alcune xilografie pubblicate in Svizzera e in Germania tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500 mostrano come la benda in origine fosse abbinata all’idea di follia e all’arbitrarietà dei giudizi. In alcune immagini si fatica a distinguere i magistrati dai pazzi ciechi con il berretto a sonagli[4]. Tuttavia, con l’entrata in vigore della Costituzione criminale carolina del 1532, voluta da Carlo V, il potere “rivendica” la benda e ne fa un tratto positivo della sua giustizia, facendola diventare il simbolo dell’imparzialità. Si dice al popolo “la nuova Giustizia penale non vi guarda più, non vi riconosce, quindi non saprà chi siete quando venite in giudizio. Il vecchio ordine nel quale appartenere alla comunità era tutto, e l’essere ‘qualcuno’ consentiva un rassicurante negoziato anche “in criminalibus”, non esiste più”[5].
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Tuttavia, la benda conserva tutta la sua ambiguità e resta il sospetto che questa giustizia cieca, nella sua foga indiscriminata, possa colpire anche un innocente inerme .

Emblematici in questo senso i versi che il poeta Edgar Lee Masters scrive nel 1887 e che si trovano contenuti nell’Antologia di Spoon River:

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L’analisi della simbologia che ha accompagnato l’immagine della giustizia nel corso dei secoli ci mostra l’evoluzione storica delle caratteristiche e delle prerogative ad essa attribuite, ma non ci consente ancora di capire quale condotta possa essere definita giusta una volta per tutte e quale invece no, sia nella vita di tutti i giorni, che nel processo di codificazione giuridica, proprio perché, come l’analisi degli stessi simboli ha evidenziato, sia il sentimento che le concezioni di giustizia hanno un portato storico e culturale e trovano anche un ancoraggio profondo nelle prospettive e nei vissuti soggettivi. Occorre, quindi, darsi dei criteri che ci possano aiutare nell’identificare ciò che risponde effettivamente al sentimento di giustizia. Uno di questi criteri potrebbe essere “dare a ciascuno secondo il suo bisogno”, per sostenere chi parte da posizioni di svantaggio, ma secondo un’altra prospettiva, sarebbe più giusto dare a ciascuno secondo il suo “merito”, per valorizzare i talenti e lo sforzo individuale. Altri invece direbbero che, per evitare di creare disparità di trattamento, occorrerebbe dare a tutti in parti uguali, considerato anche che è difficile identificare i meriti e i demeriti di ciascuno. Oppure ancora, secondo un’altra visione, un valido criterio di giustizia, di derivazione biblica, potrebbe essere non fare agli altri ciò che non si vuole che sia fatto a noi stessi. Tuttavia, come è chiaro, tutti questi criteri sono opinabili e rinviano sempre ad una scelta discrezionale che può essere fatta solo da chi ha il potere di decidere in un dato momento storico. In realtà, possiamo giungere alla giustizia più facilmente partendo proprio dal suo contrario, dalla sua negazione, cioè dall’ingiustizia manifesta. Non a caso Eraclito sosteneva che se non ci fosse l’ingiustizia, della giustizia non si conoscerebbe neppure il nome.

A tal proposito, in un suo intervento sull’educazione alla legalità, tenuto all’Università La Sapienza di Roma nel 2006, G. Zagrebelsky sostiene che per accostarsi al tema della giustizia occorre di uscire fuori dal campo della ragion pura e adottare una prospettiva emozionale, l’unica che di fatto può farci afferrare il sentimento di giustizia, che è cosa ben diversa dal concetto di giustizia o dall’idea di giustizia. Sull’idea o sul concetto di giustizia, infatti, le versioni possono essere molto diverse, ma sul sentimento forse è possibile trovare una maggiore convergenza. A tal riguardo Zagrebelsky specifica che “le questioni di giustizia più che essere questioni di ragione sono questioni di emozione. La ragione può giustificare tutto, anche gli stermini più crudeli, ma l’emozione forse no, se è educata. Forse l’uomo è più integro dal punto di vista emozionale di quanto non lo sia dal punto di vista razionale[6]. Impropriamente e scorrettamente, quindi, il mondo delle leggi e del diritto è considerato un universo asettico, lontano dall’affettività e dominato solo dalla logica. Infatti, “(…) non solo i nostri sentimenti e le nostre emozioni influenzano i nostri pensieri, e quindi anche i principi ideali e le norme a cui ispiriamo la nostra azione, ma la radice stessa della legalità risiede nell’attitudine alla socialità propria dell’uomo e quindi, in definitiva, educare alla legalità coincide con l’educazione alla socialità in senso globale, considerando anche le componenti emotive ed affettive della nostra identità (…)”[7]. Per educare alla legalità occorre, quindi, recuperare l’intima connessione tra ragione ed emozione, per fare in modo che la mente abbracci il cuore[8].

Per identificare i tratti dell’intelligenza emotiva è molto utile il contributo D.Goleman che agli inizi degli anni ’90 ne sviluppò gli elementi costitutivi, come anche le implicazioni pratiche, fornendo una trattazione organica del tema, progressivamente ampliata ed arricchita dallo stesso autore. Goleman, in particolare, identificò nell’intelligenza emotiva un insieme di capacità complesse, distinte dal quoziente intellettivo e in grado di svilupparsi nel corso di tutta la vita, articolate su cinque competenze di base, tra cui tre di tipo personale, e precisamente la consapevolezza personale, la padronanza di sé e la motivazione e due di tipo sociale, con riferimento all’empatia ed a svariate abilità relazionali (es. comunicazione, gestione del conflitto, capacità di cooperare, ecc.)[9]. Ognuna di queste competenze si articola a sua volta in diverse diramazioni ed attitudini, ma tra tutte quella che sembra più idonea ad avvicinare al sentimento di giustizia appare l’empatia, intesa non solo come capacità di sentire l’altro e di lasciarsi toccare dall’incontro, ma anche come l’abilità di allargare il proprio orizzonte esistenziale attraverso l’altro, assumendosi la responsabilità del suo destino. In questo senso il sentimento di giustizia non sarebbe molto diverso da quel moto di solidarietà autentica verso le sofferenze degli altri che la nostra Costituzione ha reso un principio cardine del nostro ordinamento, distinguendo tra solidarietà politica, economica e sociale (vedi articolo 2 Cost.). Il legame molto stretto tra solidarietà, giustizia sociale e democrazia è stato, peraltro, indagato anche recentemente da insigni giuristi. A tal proposito S.Rodotà scrive “(…) solo la presenza effettiva dei segni della solidarietà consente di definire democratico un sistema politico. L’esperienza storica ci mostra che, se diventano difficili i tempi per la solidarietà, lo diventano pure per la democrazia”[10]. La solidarietà, quindi, non sarebbe altro che un’empatia attualizzata.

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Quadro “Il buon Samaritano” di Vincent van Gogh, maggio del 1890. L’autore morì a luglio dello stesso anno

Se una persona mi ferma al semaforo per chiedere l’elemosina razionalmente avrò mille motivi per non darle del denaro (es. l’accattonaggio è vietato, sarebbe meglio che andasse a lavorare, ecc.) ma se riesco a mettermi nei suoi panni, ad immaginare come possa sentirsi nel trascorrere molte ore della sua giornata stando in piedi in quel tratto di strada, anche con condizioni climatiche avverse, forse percepirò un piccolo sommovimento interiore (e-mozione da e-moveo) che mi indurrà ad agire dandogli ciò che mi chiede o adoperandomi in altro modo in suo favore. Non potrò più, quindi, rimanere impassibile ed imperturbabile. Per questo l’educazione alla legalità sostanziale che passa attraverso esperienze di cura o di solidarietà agita concretamente nei propri mondi vitali, può essere molto più efficace delle lezioni teoriche su una giustizia astratta e lontana.

Chiaramente, la famiglia e la scuola concorrono grandemente nel formare il nostro sentimento di giustizia. Esso poi si declina nelle condotte che quotidianamente manteniamo all’interno della nostra sfera relazionale, mentre, a livello di cultura sociale e di politiche penali, contribuisce all’edificazione di sistemi giuridici e processuali molto diversi, ora ispirati al modello retributivo (che risponde allo schema molto semplice della corrispettività, cioè al negativo per il negativo, in base al quale tanto male fai, tanta pena ricevi) ora a quello rieducativo (che mira a reinserire il reo nella società, oltre che a punirlo) oppure ancora all’emergente modello restitutivo-riparativo (che pone al centro la vittima e cerca di sanare la frattura relazionale determinata dal reato).
Tuttavia, l’imprinting ricevuto e le esperienze maturate nei fondamentali contesti di socializzazione primaria e secondaria, quali sono le agenzie educative, possono anche ingenerare vissuti di frustrazione per la percezione di aver subito precocemente forme di dolorosa ingiustizia, vissuti che a loro volta possono innescare una pericolosa escalation di malessere personale e/o di aggressività etero-diretta.

Le ricerche a tal proposito dimostrano che esistono due forme di giustizia percepita in famiglia. La prima è la giustizia distributiva, che consiste nell’assegnazione di risorse concrete e simboliche (secondo equità, in base all’uguaglianza o per bisogno) nel ricorso a premi e punizioni e nella divisione dei compiti domestici. La seconda forma è invece la giustizia procedurale o relazionale che i figli riconoscono ai genitori quando questi ultimi sono ritenuti affidabili (capaci cioè di motivare e di argomentare le loro scelte) in grado di riconoscere la dignità, i bisogni e le opinioni degli stessi ragazzi e neutrali nel gestire il quotidiano, nonché particolari eventi critici/conflittuali[11].

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Quadro “I miei nonni, i miei genitori e io” di Frida Kahlo, 1936

Inoltre, particolarmente importante per i figli è la riconosciuta capacità dei genitori di rispettare la differenza generazionale, non attribuendo loro funzioni e responsabilità che esulino dalla loro età e dalla loro condizione di soggetti in crescita. La percezione di giustizia dei genitori (soprattutto se procedurale e specie se attribuita alla madre) in base alle ricerche condotte fin’ora è risultata positivamente correlata al sentimento di rispetto/dignità personale dell’adolescente, al senso di importanza della famiglia per la propria identità, alla comunicazione all’interno della famiglia e alla collaborazione nonché all’adesione alle regole di convivenza (es. rispetto faccende domestiche, rientro serale, attività di tempo libero, ecc.). Al contrario, l’ingiustizia percepita dai figli da parte dei genitori aumenta il rischio dell’insorgenza di disturbi psicosomatici, di stress psicologico, di depressione, di comportamenti regressivi violenti, antisociali (es. bullismo) e di insuccesso scolastico, oltre che di isolamento dovuto alla scarsa accettazione sociale[12].

Anche la percezione di giustizia e/o di ingiustizia nell’ambiente scolastico può essere correlata a variabili positive (es. successo scolastico) o a manifestazioni di disagio (es. abbandono scolastico, bullismo). In particolare, la percezione di alti livelli di giustizia nell’istituzione scolastica aumenta il senso di comunità, inteso come sentimento di appartenere ad una struttura stabile ed affidabile all’interno della quale ognuno è importante per gli altri e può aspirare alla soddisfazione dei propri bisogni. Inoltre, la convinzione di frequentare una scuola “giusta”, dove il preside, gli insegnanti, il personale amministrativo e i compagni si dimostrano corretti, aumenta anche le abilità di coping, l’autostima, l’autoefficacia scolastica, i comportamenti orientati alla classe. Ancora, tale percezione accresce il rispetto delle regole e l’autoefficacia collettiva, ossia la convinzione condivisa dei membri del gruppo di avere insieme la capacità di produrre i cambiamenti desiderati (Bandura, 1997). Infine, questo vissuto di giustizia, aumenta il benessere psicosociale, inteso come benessere emozionale, psicologico e sociale. Di contro, la percezione di un’ingiustizia scolastica e dell’arbitrarietà di chi gestisce il potere (per favoritismi, disparità di trattamento, immotivata distribuzione di voti, premi o punizioni) aumenta i problemi di internalizzazione (es. demotivazione, stress emotivo, rabbia, frustrazione, ansia, depressione) come anche i sintomi psico-fisici (es. mal di testa, gastrite) ed incentiva i problemi di esternalizzazione (es. assenteismo, sabotaggio, vandalismo, abbandono scolastico, uso di sostanze, bullismo). Infine, l’ingiustizia percepita favorisce la costruzione di “cognizioni sociali atipiche ed idisiosincratiche” tipo: se il mio impegno non viene premiato che senso ha rispettare le norme?[13]
Una recente ricerca condotta su un grosso campione di giovani dai 18 ai 30 anni[14] evidenzia come, sebbene circa l’80% degli intervistati attribuisca alla scuola una connotazione positiva (per le opportunità di formazione/amicizia e per i livelli di soddisfazione personale) e sia nettamente minoritaria la percentuale degli insoddisfatti (che riconduce alla scuola vissuti di noia e di sofferenza personale) restano significative le percentuali relative ai comportamenti ingiusti osservati nell’ambiente scolastico:
Comportamenti osservati MAI POCO SPESSO
Atti di grave prepotenza di alunni verso altri alunni 35,5% 45,1% 19,4%
Atti di grave prepotenza di docenti/dirigenti verso gli alunni 52,4% 37,2% 19,3%
Atti di discriminazione di alunni nei confronti di altri alunni 30,3% 46,1% 23,6%
Atti di discriminazione di docenti o dirigenti verso gli alunni 43,9% 40,4% 15,7%
Atti di spaccio o di consumo di sostanze stupefacenti 53,4% 35,5% 12,1%
Furti 48,6% 44,1% 7,4%
Ricerche come questa evidenziano l’importanza di approfondire il sentimento e le percezioni di giustizia in ambito familiare e scolastico, perché è proprio a partire da tali vissuti che può o meno scaturire un modello ideale a cui tendere o ispirarsi e un’adesione profonda o superficiale al senso di legalità che governa la vita civile.
L’educazione alla giustizia resta un compito educativo fondamentale che attraversa tutte le dimensioni del vivere sociale, dagli affetti, all’impegno lavorativo e alla vita politica e richiede educatori credibili in grado di testimoniare l’adesione alle norme (e al limite che esse incarnano) nel concreto della vita di tutti i giorni e non solo con le parole, evitando anche le derive e i rischi di un abuso di potere, sempre insiti nel rapporto educativo, che per definizione rappresenta una relazione sbilanciata ed asimmetrica per un differenziale di consapevolezze, possibilità e funzioni tra chi educa e chi si lascia educare. L’anelito alla giustizia dovrebbe animare sempre ogni azione pedagogica, intesa anche come incremento della coscienza critica e dell’azione politica a difesa di coloro che patiscono sulla propria pelle i danni dell’ingiustizia e della sofferenza che ne deriva.
In questo senso, conservano la loro cocente attualità le parole che Don Milani scrisse in un’accorata lettera ai giudici nel 1965: «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che dovranno tenere in tale onore le leggi da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando, invece, vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto».
E queste parole, ma soprattutto il modello di scuola e di comunità concretamente sperimentato da Don Milani a Barbiana, continuano a provocare. Se la legalità non coinciderà definitivamente con la perfetta giustizia, essendo lo stesso sentimento di giustizia suscettibile di evoluzione storica e sociale, a questo sentimento le leggi non possono fare a meno di rispondere e di aderire quanto più possibile. Al legislatore spetta di interpretare tale sentire, nella contingenza del presente, e a noi tutti di concorrere con gli strumenti della partecipazione democratica affinché ciò possa avvenire.


[1]
Pepino L. “A quale legalità educare. Analisi di un concetto troppo spesso in conflitto con l’idea di giustizia”, in Animazione Sociale, n. 279 gennaio 2014
[2] Zagrebelsky G., “La Giustizia è sempre donna”, in La Repubblica, 2008
[3] Prosperi A., Giustizia bendata, percorsi storici di un’immagine, ed. Einaudi 2008
[4] Constitutio criminalis Bambergensis pubblicato nel 1507 in Franconia (Germania) mostra sei scabini e un giudice, tutti bendati e col cappello a sonagli del folle, che siedono ad amministrare giustizia, mentre una mano dal cielo regge un cartiglio con scritto “Emettere sentenze sulla base di cattive consuetudini, di quelle che contrastano il diritto, è la vita di questi pazzi ciechi” (Da Mario Sbriccoli, La benda della Giustizia : iconografia, diritto e leggi penali dal medioevo all’età moderna, in: Ordo iuris : storia e forme dell’esperienza giuridica / Mario Sbriccoli … [et al.]. – Milano : Giuffrè, 2003)
[5] ibidem
[6] Zagrebelsky G., Atti del Convegno “Educare alla giustizia” – Università La Sapienza di Roma, 2006
[7] Fontana M.P., “Come a scuola educare alla legalità. Se non abbiamo altre vie per contrastare seriamente le mafie”, in Animazione Sociale, n. 294, settembre/ottobre 2015
[8] Foti C., La mente abbraccia il cuore, ascoltare le emozioni per aiutare ed aiutarsi, ed.Gruppo Abele, 2012
[9] Goleman G., Lavorare con intelligenza emotiva, ed. org. 1995, prima Ed. Rizzoli 1998
[10] Rodotà S., Solidarietà, un’utopia necessaria, ed. La Terza, 2014
[11] Petrillo G. (a cura di), Senso di giustizia e benessere in adolescenza. Prospettive di psicologia sociale, ed. Carocci editore, 2012
[12] ibidem
[13] ibidem
[14] Istituto Giuseppe Toniolo, La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2016, ed. Il Mulino 2016


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Scritto daMaria Pia Fontana

3 comments to “Il sentimento di giustizia come principio e fine di legalità”
  1. Un saggio veramente superbo , di grande completezza e complessità ,ricchissimo di riferimenti antropologici,storico- filosofici,etici,sociologici , coinvolgente,evocatore di molte riflessioni sulla natura reale della Giustizia e che analizza e dipana con stile fluente ed elegante i temi e i dati sociali del mai risolto rapporto conflittuale tra Legge e Giustizia ,tra legalità ed equità,tra norma e diritto,tra la forma e la sostanzialità del comportamento umano ,individuale e relazionale.
    Un saggio che invita con passione e rigore logico a pensare per modificare,a cercare una traccia di autenticità possibile e di cammino condiviso per la Giustizia e il riconoscimento della sua forma più profonda ,che venga da un sommovimento interiore piuttosto che da una pedissequa,sommaria e sterile applicazione della norma.
    Una profonda testimonianza di studio,di ricerca,di utilizzo scientifico,di ricchezza formativa e un importante contributo alla necessità inderogabile,morale prima ancora che culturale, di alimentare la diffusione della cultura della Legalità mai disgiunta dalla Giustizia ,con lo studio instancabile e con un’ancorpiù instancabile fiducia nell’ Uomo e nel valore dell’ Educazione

    • Grazie per gli apprezzamenti. Sul controverso rapporto tra legalità e giustizia abbiamo tutti da imparare e la riflessione non può che accompagnarci tutta la vita. Tutti aspiriamo ad un senso alto di giustizia, non appiattito sulla mera legalità formale, ma per vederne un riflesso dobbiamo incarnarlo nella vita quotidiana. Per questo la giustizia è e sarà sempre una meta e una sfida sia per la politica, che ha o dovrebbe avere il compito di ridurre lo scarto tra giustizia e legalità, che per l’azione e l’identità individuale. Un caro saluto

  2. Una bellissima analisi, profonda e precisa. Percepire ed assimilare al meglio il senso di Giustizia ( o dell'”ingiustizia” generata dalla cieca applicazione della Legge) è importantissimo nello sviluppo dell’Individuo, e un saggio cosi puntuale e ben articolato non può che aiutare l’Uomo nella riflessione e nella crescita. Brava Maria Pia!!!

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