SOS maestri cercasi nel vuoto di grandezza del presente

di Maria Pia Fontana

Ciascuno di noi potrà fare un piccolo esperimento: far scorrere nel film della memoria biografica tutti i volti dei maestri che hanno segnato la sua vita. I più fortunati ne troveranno qualcuno di importante, ma penso che la maggioranza potrà recuperare nello scantinato dei ricordi solo qualche modesta figura di maestro, con la “m” minuscola, perché piccino è stato il suo insegnamento o il suo lascito e piccina è stata la sua statura.

Eppure è proprio del maestro la dimensione della grandezza. Non a caso, etimologicamente magister proviene da magnus, magis (dalla radice magh) che significa “magno”, “magnifico”, “mago”, e da ter, che allude a sua volta ad un confronto, un’opposizione tra due entità. Maestro si dice, infatti, dell’artista a cui sono riconosciuti meriti particolari e da maestro derivano espressioni come via maestra, o vento maestro o ancora lectio magistralis o laurea magistrale o master universitario. Al contrario, sebbene nel senso comune il termine sia stato snaturato, ministro, da minister, minus,  indica colui che dovrebbe stare a servizio di chi sta in alto, e, a differenza del magistero, il ministero dovrebbe indicare l’esercizio di una funzione burocratica ed amministrativa piuttosto che una manifestazione di potere. Lo chiarisce in modo egregio Gustavo Zagrebelsky nel suo ultimo libro “Mai più senza maestri” (edizioni Il Mulino, 2019).

La riflessione sulla figura del maestro non può non contemplare questioni di natura politica. Perché se egli incarna un surplus di sapere, di esperienza o di competenza, di spessore morale o di spiritualità rispetto all’allievo, la sua presenza contrasta con l’egualitarismo e con il livellamento proprio della democrazia. Se il maestro è un faro, una guida, un apripista, colui che precede e che apre nuovi orizzonti di pensiero e di azione, un auctor dotato di autorità, che contrasta la ripetizione pedissequa del presente o del passato, “il magistero è un regno ambiguo e pericoloso in cui la conquista dell’ascensione è appesantita ed è insidiata dalla facilità della caduta (…) non è necessariamente oppressione, ma può essere un aspetto della liberazione e, come la libertà, è al tempo stesso seducente e pericoloso (Zagrelbesky, op. cit. pag.21)”. Infatti, la storia è piena di rapporti asimmetrici sconfinati nel plagio degli allievi, nel loro indottrinamento, o nella pretesa di un asservimento fideistico, oppure nella manipolazione.

Talvolta, infatti, la fedeltà che il maestro pretende dall’allievo è assoluta e castrante, impedisce l’emersione di un pensiero autonomo o di una originale via verso il sapere e altre volte il prezzo che il discepolo deve pagare al maestro in termini di riconoscenza per il “dono” o per il patrimonio simbolico ricevuto può essere molto alto. Così come il mondo dei maestri è spesso segnato da rivalità e da patetici narcisismi, che spesso sconfinano nelle lotte delle scuole di pensiero o nei conflitti per acquisire la leadership delle idee o dei meriti culturali, artistici, tecno-scientifici o morali, così anche nel gruppo degli allievi spesso si insinua una competizione tra pari per accaparrarsi la preferenza del maestro e il diritto di diventarne erede naturale.

Un aspetto della riflessione di G.Zagrebelsky merita di essere evidenziato, cioè il rapporto che il maestro intrattiene con la conoscenza, la comprensione e la giustificazione, essendo tre concetti che afferiscono a dimensioni diverse. Un conto infatti è che il maestro pensi che il suo scopo sia quello di trasmettere saperi, di istruire, e in questo caso il rischio potrebbe essere quello di scivolare in un vano nozionismo enciclopedico che finisce per “sostituire la vita con la biblioteca” (op. cit., pag. 67), diverso è invece se egli ritiene di dover incentivare la comprensione del mondo da parte dell’allievo. Ogni comprensione è infatti una semplificazione della realtà che si affida dei criteri ordinatori che possano dare un senso anche a elementi che ne sono privi. In generale, sebbene tra conoscenza e comprensione esista un’influenza reciproca, mentre la prima può essere spiazzante ed imporre nuove costellazioni di significati, la comprensione è di norma tranquillizzante. A sua volta comprendere tutto può avere due esiti opposti, uno è quello che porta a disprezzare tutto come diceva Nietzsche (tout comprendre, c’est tout mépriser) e uno invece che conduce ad amare-giustificare tutto (tout comprendre, c’est tout aimer) come pensava il Candide di Voltaire. Diviene, quindi, cruciale capire quale tipo di atteggiamento mentale il maestro incentiva, fermo restando il fatto che il vero maestro, proprio in quanto persona che apre nuovi orizzonti di pensiero e coltiva l’habitus dell’apertura mentale e del dialogo, dovrebbe favorire l’attitudine al dubbio e alla ricerca costante del sapere, rifuggendo sia dai tranelli del pensiero dogmatico che da quelli del nichilismo relativistico che porta ad un’indifferenza etica e alla negazione della libertà morale degli individui.

Purtroppo l’epoca attuale sembra segnata da un deficit di maestri che concorre all’appiattimento del pensiero, all’impoverimento culturale come anche alla crisi di innovazione e di progettualità. I maestri sono diventati gli influencer, con i loro eserciti di follower, e non si trovano nelle accademie, nei circoli o nei centri di impegno socio-culturale, ma in quelle nuove arene digitali dove non si coltiva l’approfondimento o l’analisi critica dei problemi o degli aspetti della realtà sociale, ma si esaspera la polarizzazione delle posizioni e si da enfasi alla frase ad effetto, allo slogan di forte impatto emotivo, che crea seguito e popolarità. In buona sostanza i nuovi strumenti concorrerebbero a moltiplicare e a dare la parola a quelli che qualche anno fa U.Eco definiva “legioni di imbecilli”, ma forse sarebbe meglio usare il neologismo coniato da E. Mentana chiamandoli webeti (2016) oppure basterebbe riesumare il significato etimologico di idioti che fa riferimento all’incapacità di interessarsi e di occuparsi delle cose pubbliche, e ciò può essere una conseguenza dell’ignoranza come anche della miseria morale. L’idiota, infatti, da idios, cioè proprio, resta ancorato al proprio orticello privato (ed egocentrico) anche quando si dovesse impegnare nei suoi maldestri comizi pubblici virtuali, tesi ad ostentare se sé stesso e non ad edificare qualcosa di socialmente utile e costruttivo.

Tommaso Campanella (1568-1639)

La riflessione di Zagrebelsky evidenziando il bisogno umano di modelli-maestri per l’evoluzione personale e sociale ha il merito di  ricordarci la loro essenziale funzione mettendoci in guardia da tutti i possibili travisamenti, derive e mistificazioni. Tuttavia a mio avviso l’Autore avrebbe potuto meglio approfondire l’ossatura etica del maestro, il quale più che essere una bella testa e un faro intellettuale sul mondo, è a mio avviso una bella persona. Il concetto stesso di intellettuale, come colui che coltiva e allena il pensiero può essere fuorviante. Eppure, andando a ritroso nel tempo, già Tommaso Campanella, in un suo splendido componimento poetico-filosofico, scritto quasi contemporaneamente alla Città del sole (1602) o subito dopo, chiarisce bene il ruolo dell’intellettuale nella sua insostituibile missione storica e sociale.

Scrive infatti Campanella


Io nacqui a debellar tre mali estremi:
tirannide, sofismi, ipocrisia;
ond’or m’accorgo con quanta armonia
Possanza, Senno, Amor m’insegnò Temi.

Questi princìpi son veri e sopremi
della scoverta gran filosofia,
rimedio contra la trina bugia,
sotto cui tu, piangendo, o mondo, fremi.

Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno,
ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno,
tutti a que’ tre gran mali sottostanno,
che nel cieco amor proprio, figlio degno
d’ignoranza, radice e fomento hanno.

Dunque a diveller l’ignoranza io vegno.

Secondo l’Autore compito dell’intellettuale, che egli si attribuiva, è quello di contrastare l’ignoranza che è figlia delle mistificazioni o dell’inganno del potere (tirannide), del pensiero (sofismi) e dell’amore (ipocrisia) e questa ignoranza nasce da un cieco amor proprio. Ciò che manca oggi a mio avviso non è l’uomo di sapere, che brilla sugli altri per il suo acume, piuttosto manca colui che risalta sia per il suo intelletto (senno) che per la sua capacità di donarsi per gli altri (amore) e per il suo coraggio e forza di agire e di cambiare il mondo (possanza), che sono peraltro tutte qualità che secondo Campanella provengono dalla dea della Giustizia (Themis). Il deficit di maestri quindi è di tipo etico e politico piuttosto che nelle qualità intellettive o culturali. Fino a quando avremo intellettuali che discettano sulle misere sorti del mondo, analizzano al microscopio le cause della crisi chiusi nei loro salotti o laboratori, e non agiscono con coraggio e amore per cambiare le cose, passando con generosità la staffetta della loro testimonianza e del loro impegno ad allievi che potranno diventare maestri più grandi di loro per acume, generosità e coraggio, saremo lontani da quella grandezza che fa crescere tutti e di cui c’è tanto bisogno.

copyright 2019 © by Maria Pia Fontana –  Tutti i diritti sono riservati

Scritto daMaria Pia Fontana

5 comments to “SOS maestri cercasi nel vuoto di grandezza del presente”
    • Grazie Nella, una “Maestra” come te, di fondamentale importanza nel suo ruolo di accompagnamento educativo di tanti ragazzi, non poteva non ritrovarsi in queste riflessioni. Un caro saluto

  1. Non ho ancora letto il libro,ma ho avuto la sorte di vederne in diretta la presentazione nel salotto di Augias su rai tre ; ho letto con interesse la tua recensione rapportandola quindi a quanto sentito nel dialogo serrato tra l’autore e il conduttore.Ne ho ricavato ,per quanto possibile,innazitutto un elemento di grande difficoltà di comprensione legata sia all’alta tematica esposta,sia al diverso,inusuale esprimersi dell’ Autore,abituati come siamo ad ascoltarlo nelle brillanti declinazioni di pensiero costituzionale di cui è uno degli esponenti più grandi.Tu focalizzi la tematica e la “figura ” del Maestro e su questo concordo in massima parte,ma non sono riuscito a recepire dal discorso dell’Autore una netta e facilmente comprensibile definizione di questo pensiero così difficle. Difficile il pensiero,difficile il libro ,intuisco,e anche un po troppo involuto il ragionare…Mi riservo quindi dopo di aver letto il libro di esprimere con compiutezza ed esatezza la mia opinione; ma sin d’ora posso dire quello che ho “imparato” da tanti Maestri che la mia generazione ha avuto la fortuna di conoscere e ” seguire” : nessun vero Maestro “insegna”,nè “mostra”,nè “spiega” nè ” indica” ,nè “esamina”..la sua grandezza sta nel Vivere,esprimendo le doti più alte della Conoscenza ,ll’Intuizione e la Meraviglia ,che sono il suo “insegnamento”,aspettando col sorriso delle serenità di un Buddha che il discepolo lo superi lungo il cammino del ” retto sentiero” , per amore della Verità; o,come dice il Salmista ,”per amore del suo Nome”..Congratulazioni .

    • E’ vero la riflessione di Zagrelbesky è insolita rispetto alla sua attenzione ai temi più prettamente giuridici, proprio perché entra nel campo complesso e delicato della pedagogia e della trasmissione del sapere, ma è luminosa, “ariosa” e di portata universale per questo ho scelto di farne argomento di confronto attraverso la recensione, anche se ci sono degli aspetti del ragionamento dell’Autore che non ho condiviso del tutto. L’insegnamento non va inteso nel senso della mera trasmissione di nozioni, ma nel suo significato etimologico di “lasciare il segno”, ambizione propria di ogni maestro ma in fondo di tutti coloro che non vogliono far trascorrere invano la propria esistenza. Assolutamente condivisibile è anche l’analisi critica di Zagrelbesky che ci rimanda alla complessità del rapporto tra maestro e discepolo, portatrice di rischi così come ogni relazione asimmetrica che vede un differenziale di conoscenze, consapevolezze o qualità, con tutti i pericoli di uno sconfinamento nel plagio e nella manipolazione, cui purtroppo la storia è ricca. Consigliatissima la lettura 😉

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