Coronavirus age e le case divennero rifugi e prigioni

Di Maria Pia Fontana

Mentre scrivo, il finestrone della mia camera da letto è spalancato e un assaggio di primavera fa bella mostra di sé. La natura, ignara dell’emergenza sanitaria che ci ha travolto, si pavoneggia con colori e cinguettii. Il sole è caldo e tutto quello che vedo con gli occhi in questo momento depone per il bene e per il bello. Eppure non è così. Nel mondo sociale e in quello degli universi psichici, l’apprensione e l’angoscia sono generalizzate. Non si vedono ma si sentono, palpabili e concrete. Si potrebbero tagliare con un coltello. Parlo di angoscia e non di paura per la l’impossibilità di identificare l’oggetto della stessa paura. Come altri hanno evidenziato, la diffusione del virus non è una minaccia circoscrivibile ed isolabile, come potrebbe essere l’impatto inquietante con lo straniero, il diverso, il nemico, ma è divenuta un incubo invisibile che attraversa l’etere potendosi potenzialmente posare su ogni cosa, da una tazzina del caffè alla maniglia di una porta, per entrare e propagarsi dentro di noi. Da questa percezione alla paranoia il passo è breve. Ieri, facendo la spesa, ho inavvertitamente toccato a mani nude un’arancia e mi sono chiesta “non sarà mica infetta di coronavirus?”. Insomma, lanci la prima pietra chi in questi giorni di martellamento mediatico non ha avuto almeno un pensiero ossessivo o non è mai stato sfiorato dal timore di poter manifestare qualcuno del sintomi del virus.
Forse è questo il motivo per cui scrivo, come personale atto di resistenza e resilienza, bellissima parola tantissimo abusata ma pochissimo compresa. Eppure ci suggerisce che, pure nelle avversità e nella nostra insopprimibile fragilità di esseri finiti e precari, a ciascuno è dato un serbatoio di risorse vitali a cui attingere per fronteggiare la fatica e lo stress e per rendere generativa ed evolutiva sul piano della consapevolezza e della forza interiore pure questa nostra vulnerabilità. Ci pieghiamo, ma non ci rompiamo. Così, una delle mie figlie si mette a fare ginnastica in casa, l’altra legge un romanzo, mio marito telefona e riordina documenti e io scrivo.
Evidentemente, in queste settimane di forzata reclusione, la casa diventa il perno dell’esistenza in tutte le sue più fantasiose declinazioni: casa-ufficio, casa-scuola, casa-palestra e persino casa-chiesa, da quando sono sospese le funzioni religiose e tutti i cattolici, anche se giovani e forti, seguono le celebrazioni attraverso la tv. E’ triste pensare che chi dovesse morire adesso non avrebbe neppure un funerale. Chiaramente la casa tende a divenire per norma temporanea ed eccezionale sede totalitaria di ogni interesse ed attività per chi una casa ce l’ha. Per chi non ce l’ha invece non ci sono argini di protezione o di limitazione all’angoscia del contagio.
Intanto chi, come me, ha avuto un assaggio di smart working, sperimenta il ritorno della casa a luogo di lavoro extradomestico. In tempi preindustriali infatti l’abitazione era anche la sede produttiva di numerose attività artigianali e la bottega rappresentava in qualche modo il volto pubblico dell’intimità domestica. Confesso che, superata la prima fase di sorpresa verso le possibilità che la rete garantisce con grande comfort, dalle riunioni o dalle video chiamate on line alla scrittura di un documento condiviso, subentra un po’ la mestizia per l’impoverimento delle relazioni sociali e professionali e mi sono ricordata che uno dei motivi per cui sarei stata una pessima casalinga, con tutta la stima e la simpatia che nutro per chi si dedica al lavoro domestico con amore, non è solo per il bisogno di una socialità integrale e fisicamente dinamica, ma è anche per il desiderio di affrancarmi da una dimensione esistenziale in cui l’enfasi sulle quotidiane e piccole vicende della casa (dalle routine per le pulizie, alla perenne ricerca di equilibri sulla condivisione degli spazi e delle risorse comuni) assume un peso preponderante.

Chiaramente i vip, che fanno gli spot invitandoci a rispettare gli obblighi di permanenza domiciliare, puntano sul valore degli affetti e sul modello idilliaco delle relazioni familiari. Ma da sempre la casa, a seconda dei casi e delle situazioni personali, si è posta su un continuum tra il rifugio amorevole e l’oasi di relax da un lato e la trappola oppressiva dall’altro. Naturalmente tra questi due estremi ciascuno può collocare la sua percezione di casa e di famiglia. C’è quindi chi in queste settimane sta soffrendo molto non solo per malattie fisiche, ma anche per quelle psicologiche ed affettive. Penso alle coppie dei separati in casa, alle famiglie segnate da dialoghi bruciati ed interrotti, relazioni che non si possono rivitalizzare in virtù dei decreti legge. Penso anche ai casi estremi, a chi vive forme di abuso e di violenza domestica, a coloro che a casa sperimentavano già esperienze di grave solitudine affettiva e vuoto relazionale o pesanti oneri di accudimento. Spero che trovino la forza di resistere e di andare avanti. In tutte queste repentine trasformazioni dell’ambiente domestico internet e le tecnologie digitali diventano sempre di più il fondamentale ponte con l’esterno, dallo scambio compulsivo di email e dalle gestione delle scadenze di lavoro, che irrompono nelle dinamiche familiari, alla partecipazione ad una google-class o ad una lezione on line, all’ascolto di un tutorial o dell’ultima omelia del Papa. Senza contare l’inevitabile impennata nella connessione attraverso i social network che in qualche modo consentono di tenere aperta una finestra sulla vita sociale. E se da un lato non possiamo che ringraziare la rete  che in queste settimane ci mostra soprattutto il suo volto benevolo e provvido, dall’altro non sono mancate neppure adesso le ombre delle tantissime fake news che hanno intasato il web (dal limone che previene e cura il coronavirus ai file audio dei finti medici che fanno terrorismo psicologico sulle chat di whatsapp) contribuendo a creare confusione, disinformazione e, soprattutto, panico. Anche l’overload informativo è stato deleterio. L’informazione eccessiva è stata dannosa tanto quanto quella incoerente, frammentaria e parziale, e, purtroppo, ne abbiamo avuto numerosi esempi.

Di questa coronavirus age, delle sue norme di distanziamento sociale e delle trasformazioni dell’ambiente domestico, di cui i posteri studieranno gli effetti medici, psicologici e sociologici, resteranno tracce digitali perenni. Gli storici di domani e i paleontologi del web scoveranno gli articoli, gli avvisi pubblici, i discorsi del Capo di Governo e i numerosissimi meme che hanno dato voce al bisogno di esorcizzare l’angoscia collettiva attraverso l’ironia.

Sicuramente da questa emergenza ne verremo fuori e, se la gestiremo e soprattutto la rielaboreremo adeguatamente, ci immunizzeremo anche se non siamo stati contagiati dal virus. Un vaccino spontaneo sarà prodotto, spero, contro il presuntuoso senso di invulnerabilità, l’indifferenza verso il mondo, l’egoismo sociale che ci porta a disinteressarci di ciò che colpisce il vicino di casa come un altro popolo. E ci immunizzeremo, forse, anche dalla trascuratezza con cui abbiamo sempre considerato i servizi essenziali (sanità, istruzione, giustizia). Nei casi migliori capiremo che le nostre peggiori crisi sono, nell’economia dell’universo, come il fruscio di una foglia che cade o la piega di uno stelo d’erba, che la nostra esistenza è un lampo di luce e che la storia dell’umanità spesso si ripete attraverso i secoli riproponendoci in forme nuove i problemi, i bisogni e i desideri di sempre.

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Scritto daMaria Pia Fontana

4 comments to “Coronavirus age e le case divennero rifugi e prigioni”
  1. Questa scorribanda che fai ,leggera ed efficace,sulle sensazioni che ci avvolgono come spire talvolta incontrollate in questi momenti fanno risaltare a me una sorta di grande silenzio,di stupore collettivo solo apparentemente espresso nelle sue varie forme,ma segretamente e più autenticamente vissuto individualmente,quasi con pudore espressivo..E’ vero che la “famiglia” offre impetosamnte le sue due facce,ed è altrettanto vero che diventa giocoforza una comunità totalizzante,ma qui sta la nostra sfida,non farla diventare una “comunità totale”,rischiando di instaurare gerarchie di comportamento e di pensiero che difficilmente gioverebbero alla bisogna oggi e segnerebbero un forte “aggravamento “ alla ripresa dei normali rapporti. Condivido ( e ho avuto modo idi scriverlo anch’io) il giusto quasi doveroso riconoscimemto alla rete,al Web,al social ..Resto molto scettico invece,anzi totalmente scettico che trarremo giovamento sociale da questo evento: il mondo oggi infatti vive la sua “età del ferro”,come l’antichissima saggeza orientale ci insegna e non potrà che risollevarsi solo all’alba di una nuova “ età dell’oro” ( Esiodo e Virgilio insegnano..) che è prossima ( siamo appena entrati nell’ Acquario ..) ma da venire. Complimenti.

    • Caro Rosario la storia dell’umanità non procede in modo lineare. Se avessimo saputo trarre insegnamento dalle guerre e dalle catastrofi del passato oggi saremmo in una sorta di paradiso terrestre e invece i popoli continuano a tribolare. Tuttavia è nostra responsabilità identificare un possibile senso per rielaborare costruttivamente anche le prove più dolorose e indicarne la strada agli altri ben sapendo che sia trovare le direzioni che percorrere queste piste di significato discende dalle scelte e dalle capacità individuali. Sta quindi alla responsabilità di ciascuno evitare che le sofferenze e le limitazioni individuali e collettive passino invano, un caro saluto

  2. Grazie per la splendida riflessione che coinvolge tutti noi. Mi sono rivista in quasi tutte le situazioni descritte. Tutti desideriamo che questo calvario si trasformi presto in un’esperienza solo da ricordare e mai più da vivere. L’umanità sta imparando che non ci sono confini o separazioni di alcun genere tra i popoli, esiste solo un grande popolo… noi, i terrestri. Dobbiamo dunque imparare a cooperare come gli scienziati stanno facendo adesso per il bene dell’umanità, fratelli uniti da un un’unica umanità. Il lavoro dell’uomo non è nulla senza il collante “amore” la conoscenza non è nulla senza la fratellanza e l’altruismo, l’uomo diventa polvere senza Dio. Dunque io prego che la conoscenza dell’uomo venga illuminata dalla sapienza Divina per diventare insieme quell’intuizione superiore che ci farà risolvere questo dramma.

    • L’auspicio di una fratellanza universale in una società sempre più globalizzata ed interconnessa è quello che deve animare ogni azioni politica del presente e del futuro e, come bene metti in evidenza, senza un’attitudine altruistica e senza un sentimento di empatia come pratica di amore e solidarietà, a poco ci serve la fredda razionalità. Speriamo di poter crescere sia sul piano del sapere (scienza) che su quello del sentire. Grazie a te per il dono della lettura attenta

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