“Cittadella”, di A. De Saint Exupery, per chi considera la lettura un mezzo per arrivare all’essenza delle cose

di Maria Pia Fontana

cittadella

 

<<L’amico è innanzi tutto colui che non giudica.
Egli apre la porta al viandante, alle sue stampelle, al suo bastone deposto in un canto e non gli chiede di danzare per giudicare la sua danza. E se il viandante parla della primavera oramai sopraggiunta, l’amico è colui che riceve dentro di sé la primavera. E se egli racconta l’orrore della carestia nel villaggio dal quale proviene, l’amico soffre con lui la fame. Nell’uomo, l’amico è la parte destinata a te e che apre per te una porta che forse non aprirebbe mai per nessun’altro>>.

Mi sembra quasi di vederlo, l’aviatore Antoine de Saint-Exupéry che dall’alto del suo precario aeroplano, osserva la piccineria in cui può perdersi l’uomo ed esplora gli spazi infiniti del cielo come dell’animo perforando le nuvole e sfidando le insidie dei venti. Questo libro, pochissimo conosciuto, specie se paragonato all’enorme popolarità ottenuta da “Il piccolo principe”, è tratto da un manoscritto che l’Autore affidò ad un amico prima di partire per l’ultima missione di guerra e fu pubblicato nel 1948, quattro anni dopo la sua morte. “Cittadella” non è un semplice libro, è uno scrigno di tesori sepolti nei fondali del cuore e della coscienza dell’uomo, è un poema che assomiglia al cielo di una notte d’estate, a tratti brilla della luce argentea delle stelle e a tratti ci rimanda il buio più fitto, come del resto sono le parole, che rivelano e allo stesso tempo adombrano la verità. Soprattutto, questo libro è una preghiera incessante, un dialogo silente che l‘anziano Re, assiso sul suo trono di saggezza eterna allo stesso modo in cui sa essere vicino all’ultimo dei suoi servi o al più temibile dei suoi nemici, rivolge a Dio, unico capace di riportare ad unità e armonia il contraddittorio e conflittuale universo dell’uomo e delle sue cittadelle e di dare un senso ultimo all’esistenza. Sa bene il Re, che Dio non risponderà al suo appello e che talvolta la sua solitudine sarà glaciale, facendogli sentire tutto lo strazio dell’abbandono. E tuttavia capirà che anche il silenzio è saggio perché se l’uomo udisse la voce di Dio e riuscisse a trovare ciò che cerca, smetterebbe di crescere e di divenire. In definitiva, è solo nella marcia faticosa e nella lode che si fa sacrificio e azione quotidiana, nella “mirabile collaborazione di tutti attraverso tutti e attraverso ciascuno”, che può cogliersi un riflesso di Dio e può edificarsi un tempio in cui ogni pietra trova il suo posto e il suo significato. Non si può quindi afferrare l’essenza profonda del nostro essere nel mondo se non nella grandezza umile del lavoro e “dell’eternità cui assurgono le cose ben fatte”. Per questo solo il nomade può sperare di raggiungere Dio perché accetta la sfida della traversata attraverso le dune e gli sfinimenti di un viaggio incessante sotto l’arsura del sole, allo stesso modo in cui A. de Saint-Exupéry solcava e allargava i confini del suo animo cavalcando il vento. Devo ad una persona cara la scoperta di questo libro e fissarne a caldo le impressioni e condividerle è come moltiplicare il dono. Ma ogni dono richiede mani pronte a dare e mani pronte a ricevere in un reciproco interscambio di significati che diventa casa comune e feconda cittadella di umanità. “Poiché non si vive delle cose ma del senso delle cose (…) e il tuo senso è fatto dal senso degli altri, che tu lo voglia o no”.

 

Copyright 2016 © by Maria Pia Fontana –  Tutti i diritti sono riservati

 

2 Comments Add yours

  1. Rosario Patanè scrive:

    Se leggere “Cittadella” è affascinante ma difficile perchè del libro ha quasi esclusivamente la forma esteriore quando invece ,come si dice nella bellissima definizione “..è uno scrigno di tesori sepolti nei fondali del cuore e della coscienza dell’uomo …”, farne la recensione lo è ancora di più,privo com’è non solo di racconto,ma di qualsiasi senso comune.
    E’ la rappresentazione del dialogo dell’Anima con il suo Creatore,”Cittadella” interiore da costruire sul senso profondo del divino e del sacro attraverso le “regole” del buon “impero” ,la ricerca ,mai appagata, della scoperta delle proprie ” direttrici del mondo”,rifuggendo da ogni tratto di banalità e “regolarità” del quotidiano e pertanto solo di frammenti,si compone, a miglia e sempre più minuti,come nella vita,come si compone ogni uomo che aspira all’unità (Camus) ,scomposto e slegato da ogni regola sintattica,da ogni “frame” definita,”narrativa”,perchè come ha benissimo colto la recensione , solo ” ..Dio, unico capace di riportare ad unità e armonia il contraddittorio e conflittuale universo dell’uomo e delle sue cittadelle e di dare un senso ultimo all’esistenza..” 
    Così è ,da sempre, la natura propria di ogni giovane vita,fatta di inquietudine e di ricerca del senso dell’esistere,insofferente a tutto ciò che non è “essenziale”,architrave e stella polare del pensiero” di S.E.,che proprio in questo testo trova la sua configurazione .Ascetica,esoterica,profetica e che troverà poi la sua massima diffusione nelle formulazioni più “in chiaro” e “illustrate” del ” Piccolo Principe”.

    E’ un “romanzo epico” : narra dell’ eroe di mille battaglie ancora da affrontare,di mille e mille guerre ancora da vincere.
    E il “romanzo epico” dell’eroe per eccellenza,quell’uomo che vive nella tensione verso il possesso, non del possesso.,dell’amore che si alimenta della ricerca nell’assenza, della tensione del cuore, del desiderio che cresce.
    Perchè ” ..l’occasione perduta è quella che conta. La tenerezza attraverso i muri della prigione è forse la vera tenerezza ..la preghiera fertile nella misura in cui Dio non risponde. Sono le selci e i rovi che alimentano l’amore..”

    E’ la natura divina della nostra anima che anela e che non può mai ricoverarsi nei polverosi e infimi accampamenti dell’appagamento : “..perché .. se il tuo amore è accettato e qualcuno apre le sue braccia, allora prega Dio di salvare questo amore dalla morte, poiché io temo per i cuori appagati…”
    “Cittadella” da una risposta formidabile all’Inquietudine umana,alla difficoltà di accettare la nostra condizione di semplici “servitori” o “viandanti” o “soldati” ,trasferendo il senso proprio dell’esistenza ,anche nelle accezioni piu teneramente umane,come nell’epifania incessante del sacro.

    La bellissima recensione, ne coglie il centro,il senso fondamentale quando dice: “Per questo solo il nomade può sperare di raggiungere Dio perché accetta la sfida della traversata attraverso le dune e gli sfinimenti di un viaggio incessante sotto l’arsura del sole..”
    Chi,come me,lo scopriì grazie allo sguardo di occhi indagatori nel profondo e assolutamente profetici di un sacerdote cattolico che era vicinissimo alla nostra inquieta giovinezza,lo ha veramente capito quasi per “caso” quando la vita lo ha costretto a dare uno sguardo inesorabile al suo passato esistenziale..

    Perchè “Cittadella”,quando se ne è afferrato il senso,la si potrà leggere ogni giorno nella propria carovana del deserto che protegge la Sposa , la nostra Anima:
    “..anch’io nella mia giovinezza ho atteso l’arrivo di quella fidanzata che mi conducevano come sposa al seguito di una carovana partita da frontiere così lontane che gli uomini erano invecchiati durante il viaggio..ma la cosa più sorprendente era questa: che essa portava con sé tutto quello che le doveva servire in un altro luogo. E i seni tiepidi come colombe per l’allattamento. E il ventre liscio per dare figli all’impero. Era giunta tutta pronta, come un seme alato attraverso il mare, così ben plasmata, così ben formata, così candidamente incantata da quei venti che non le erano mai serviti – come te con i tuoi meriti successivi, le tue azioni e i tuoi ammaestramenti che non ti serviranno se non nell’ora della morte, quando sarai finalmente divenuto – essa si era così poco servita non solo del ventre e dei seni che erano vergini, ma anche delle danze per sedurre i re, delle fontane per bagnare le labbra e dell’arte di comporre i mazzi non avendo mai visto dei fiori..”

    Conclude con perfetta percezione,citando il Nostro, la recensione :”..poiché non si vive delle cose ma del senso delle cose ..”

    Ecco ,l’insegnamento affascinante e luminoso di una vita vissuta nel senso dell’eroismo dell’Essenziale,sotto quello straordinario cielo che viene disegnato nel mezzo della recensione con un eccezionale colpo di pennello :” cielo di una notte d’estate, a tratti brilla della luce argentea delle stelle e a tratti ci rimanda il buio più fitto..”

  2. manual scrive:

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