Vento scomposto, un romanzo sugli assistenti sociali e non solo

Di Maria Pia Fontana 

Due segretarie di uno studio legale londinese, Pat e Sharon, discutono amichevolmente sul loro futuro. La seconda dice “dovrei pensare ad un cambiamento di carriera. Mi piacerebbe diventare assistente sociale”.  L’altra incredula risponde:-“Ma davvero ti piacerebbe diventare assistente sociale? A me sembrano dei mostri…”-. Sharon replica sicura -“Ti sbagli. E’ una gran bella professione. Noi vediamo solo il peggio”. Questo breve dialogo sembra utile ad introdurre un complesso romanzo, pubblicato nel 2009 da Simonetta Agnello Hornby. L’autrice, grazie alla sua intensa esperienza in Inghilterra come avvocato minorile e giudice, si mostra capace di indagare con occhio lucido l’eterogeneo universo delle figure professionali volte alla tutela, promozione e sostegno dei bambini e degli adolescenti, dalle insegnanti agli assistenti sociali ed agli psichiatri infantili.

La storia ruota attorno all’incubo giudiziario, quasi kafkiano, di Mike e Jenny Pitt, genitori di Amy e Lucy, rispettivamente di otto e quattro anni. L’esistenza ordinaria di una famiglia benestante ed apparentemente felice, viene sconvolta dalla pesante accusa di abuso sessuale che il padre avrebbe perpetrato ai danni della secondogenita. La vicenda prende le mosse dalla segnalazione allarmata di una maestra dell’asilo comunale di Lucy, convinta che i disegni della piccola rivelino le molestie sessuali. I coniugi Pitt si rivolgono quindi ad un avvocato specializzato in diritto di famiglia, Steve Booth, la cui clientela è prevalentemente costituita da immigrati e da soggetti a rischio di marginalità.
Grazie al consiglio di Steve si anticipa la mossa dei servizi sociali, già in possesso del referto della psichiatra infantile dott.ssa Cliff che conferma l’abuso, e si evita così che le bambine vengano affidate temporaneamente ad un’altra famiglia togliendo la tutela ai genitori. Si sceglie quindi come strategia difensiva che sia la stessa Jenny a chiedere in via d’urgenza al Tribunale l’affidamento esclusivo delle figlie e un’ingiunzione affinché sia vietato al marito di vivere nella casa familiare, consentendogli tuttavia, dietro sorveglianza, i diritti di visita alle bambine, nell’attesa che si faccia luce sulla sua posizione.
Comincia così un faticoso periodo di ri-adattamento del nucleo famigliare che deve imparare a convivere con presenze estranee che si fanno garanti degli incontri tra il padre e le figlie, sotto l’assidua supervisione e vigilanza degli assistenti sociali, i cui dubbi sulla colpevolezza di Mike crescono con il subentrare di alcune strane coincidenze, come il fatto che egli conosca soggetti coinvolti in vicende di pedofilia. In questo quadro di accuse ed illazioni anche Mike sembra perdere la sua iniziale spavalderia e si lascia assalire dai suoi demoni, lasciando riemergere le ferite del passato e il dolore per essere stato abusato da adolescente. Inoltre, l’enfasi sulla sessualità innescato dalla denuncia a suo carico, fa del desiderio carnale il fulcro delle sue ossessioni contribuendo ad offuscarne la lucidità. Solo la moglie resta sicura della sua estraneità all’abuso. E mentre colpevolezza e innocenza si inseguono contendendosi il finale, solo il casuale ritrovamento di una prova inattesa riesce a rivelare la verità facendo luce sulla controversa vicenda processuale.
La narrazione, dal ritmo serrato e coinvolgente, mette ben in evidenza i chiaroscuri dell’animo umano, in cui talvolta il crinale tra colpa e innocenza è molto sottile. Il vento soffia a mezzogiorno e poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna.., recita la splendida citazione iniziale, tratta dall’Ecclesiaste, quasi a voler dipingere le spirali tortuose su cui si sviluppa l’interiorità dell’uomo, così come la ricerca della verità. Emerge chiaramente la sofferenza innescata da un processo, in cui il trionfo della giustizia non sempre è garantito, e che spesso comporta un doloroso attraversamento nei sottofondi del proprio animo e una riemersione dei propri nodi irrisolti.
Non rileva tanto ciò che erroneamente mette in moto la macchina giudiziaria, quanto la catena di rinforzi sbagliati dove ogni elemento dissonante rispetto alla distorta ricostruzione della realtà viene fatto tacere per dare risalto solo agli indicatori che confermano la diagnosi iniziale. Pur non mancando riferimenti a positive figure di assistenti sociali, i professionisti che si stringono in cerchio attorno a Lucy in nome dell’imperativo della tutela del minore, si tramutano da paladini del debole ad intransigenti accusatori del presunto colpevole, in un crescendo di delirio di onniscienza e di autoreferenzialità.
Con lucidità viene quindi prospettato il rischio insito nell’egemonia degli specialisti, le cui possibilità di deformare la realtà crescono in proporzione alla loro incapacità di rielaborare adeguatamente i propri vissuti personali, di percepire il dramma umano dei loro assistiti e di svincolarsi da una fanatica adesione alla propria missione “salvifica”. Emblematico che uno dei principali responsabili del macroscopico errore di valutazione riesca poi ad ottenere il plauso della comunità professionale e a fare carriera in ambito giudiziario a dimostrazione di come la scorrettezza non solo a volte riesca a farla franca, ma venga pure premiata. Si evince anche l’incapacità di qualche assistente sociale di abbandonare una rigida percezione di ruolo, con conseguente predilezione della funzione ispettiva sugli affetti e sulle relazioni familiari, a discapito dell’ascolto e della comprensione dei bisogni profondi delle persone. In questo quadro anche una figura non demandata al sostegno emotivo e psicologico, come la segretaria di uno studio legale, può diventare un “aiutante spontaneo” per colmare l’assenza o l’incapacità di chi dovrebbe agire un aiuto.
Ben evidenziata pure la competizione tra gli avvocati delle parti e gli assistenti sociali, acuita dalle norme procedurali inglesi che considerano a tutti gli effetti il servizio sociale come “controparte” degli utenti,  munita di una propria difesa legale.
Le storie parallele ai protagonisti, che si incrociano casualmente con le loro vite, mostrano quanta sofferenza può custodire uno studio legale, esattamente come un ufficio di servizio sociale. Si assiste quindi al dramma di un pedofilo che sta per diventare padre, alle difficoltà di una nigeriana dislessica nell’accudire il figlio disabile e al penoso racconto di una minorenne curda abusata dai fratelli e vessata dai  genitori.

La domanda che consegna il romanzo è: come possono i professionisti dell’aiuto sociale evitare di far vedere solo il peggio del loro lavoro, ma anzi a valorizzare il meglio? Forse solo attraverso la riflessione critica e la tenacia che offre una speciale forma di amore. Amore per sé stessi e per la dignità che deriva dal lavorare con coscienza e competenza. Ma amore anche per un’umanità travagliata e per un lavoro complesso che genera significato anche per la sua capacità di contemperare giustizia e aiuto nello sforzo di sostenere il cambiamento pure in chi è considerato responsabile di un crimine odioso. Ed è questo che fa del servizio sociale una “gran bella professione”.

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Scritto daMaria Pia Fontana

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