Cecità, una triste metafora del nostro tempo

Di Maria Pia Fontana

La lettura del romanzo di Saramago, scritto a metà degli anni ’90, lascia inevitabilmente un alone di tristezza. La storia è una visione allucinata di un incubo collettivo, che diviene tragedia di una società morente ed inconsapevole: tutti gli abitanti, a cominciare da un ignaro guidatore, diventano progressivamente ciechi.cecità
La cecità che li colpisce senza motivo apparente e senza spiegazioni scientifiche è anomala e sibillina, sono avvolti in una luce abbagliante, intrappolati cioè in un bianco perenne che li avvolge come se un bagliore assoluto inghiottisse tutte le forme e i colori dell’universo, senza la tregua della notte o delle ombre. Il bianco è un colore ambiguo al quale viene attribuito un significato diverso in base ai vari paesi e periodi storici. Se nella tradizione cristiana e occidentale è associato alla purezza, in quella cinese ed indiana evoca la morte e i fantasmi. Inoltre, lo studio cromatico delle combinazioni dei colori primari rivela come sia il nero che il bianco siano dei colori assoluti, ma mentre il bianco si ottiene dalla mescolanza dei tre colori “primari spettrali”, cioè il rosso, blu e verde, il nero si ricava dalla combinazione di rosso, blu e giallo. Nel primo caso si parla di “sintesi additiva”, perché si somma luce a luce, e invece nel secondo di “sintesi sottrattiva”, perché eliminiamo luce. Ne deriva che una “cecità da bianco” nasce dall’opulenza e non dalla mancanza della luce, che simbolicamente potrebbe evocare la sazietà di esperienze, di beni, ma anche di emozioni. E’ come se Saramago ci volesse dire che l’umanità ha colmato la misura dei suoi saperi, poteri, possibilità e possessi e che questa abbondanza l’ha stordita tanto da renderla incapace di vedere ciò che sta fuori. Forse il bianco suggerisce anche l’idea di un foglio vergine su cui ricominciare a scrivere una storia nuova, diversa, un altro capitolo che consenta di ricominciare ma anche di ripensare “al prima”, puntando gli occhi dell’interiorità su ciò che si è stati o che si è diventati.
© foto Luciano Romano

Particolare del dipinto “La Parabola dei ciechi”, di Pieter Bruegel il Vecchio, databile al 1568 circa, Museo nazionale di Capodimonte di Napoli.

Questo scenario allucinato di orbi per la troppa luce fa emergere il deposito di istinti e di pulsioni primordiali che strati di cultura e civiltà hanno mitigato o addolcito. Le persone rivelano cioè la loro natura brutale e sordida, egoista e spietata. In un contesto dominato dalle istanze primarie e fisiologiche della sopravvivenza e dall’angoscia di morire, mantenere le regole e i principi minimi di convivenza sociale diventa molto difficile. La prima violenza è quella di Stato, che rinchiude in un manicomio dismesso un gruppo di ciechi sperando così di poter arginare il dilagarsi della patologia, come se la folle cecità che si propaga nel mondo si potesse trasmettere per contagio. A questa violenza istituzionale segue quella degli stessi internati, trascinati dalle loro necessità e bisogni, in primis quello di nutrirsi, e abbrutiti dalla sadica ferocia della volontà di sopraffazione. In questo scenario allucinato, emblematico risulta il ruolo dell’unica persona che, inspiegabilmente, riesce a sfuggire alla cecità: la moglie del medico, di cui non sapremo mai il nome perché Saramago sceglie di non nominare nessuno dei suoi personaggi. Il compito del vedente non è tanto quello di scoprire gli arcani misteri dell’epidemia, di conservare la ragione quando gli altri l’hanno persa o di sostenere i compagni di sventura, che procedono a tentoni nella comune lotta per la sopravvivenza. Lo dimostra il fatto che anche questa donna viene trasfigurata dalla durezza della detenzione forzata e conosce la violenza estrema. Il ruolo del vedente è piuttosto quello  di testimoniare il degrado e lo squallore di un mondo abbrutito dalla sporcizia, dal fetore, dalla cattiveria e dall’istinto di aggrapparsi alla vita anche quando essa perde i suoi connotati di dignità. Nel microcosmo del manicomio, infatti, che diventa specchio della città, spariscono viveri e acqua e l’umanità tocca il fondo dello squallore sordido. Esaurito questo compito, anche l’unica vedente può accedere alla cecità.

José de Sousa Saramago, 1922-2010

José de Sousa Saramago, 1922-2010

Saramago inserisce un altro testimone, che poi è forse lui stesso, uno scrittore cieco che tenta di raccontare il dramma con righe di scrittura sbilenche ed imprecise, ma la testimonianza vera è data dagli occhi di chi vede e dal racconto del narratore onnisciente che guarda ora con pietà, ora con ironia, ora con disgusto ciò che accade in questo inferno di morti viventi. La scrittura di Saramago è quasi del tutto priva di punteggiatura cosa che talvolta rende difficile seguire i dialoghi e i cambi di persona, come se lo scrittore volesse dare l’idea di un flusso di coscienza ininterrotto che coinvolge tutti i personaggi nel fiume in piena della vicenda e nella sua incalzante drammaticità.

Sono trascorsi più di venti anni da quando Saramago scrisse questa storia surreale, ma il collegamento con l’attualità resta immediato per il sentimento di disorientamento che coglie chi abbia la forza e la capacità di osservare le aberrazioni del progresso e del consumo compulsivo e chi riesca a provare la percezione che l’umanità sia arrivata sul bordo di un precipizio. Non occorre essere imprigionati da uno schermo bianco per sentirsi ciechi nella ricerca di soluzioni e alternative ai mali di un presente guasto per eccesso di egoismo e sconsideratezza, per la mania dell’accaparramento e per l’ossessione di un’estetica fine a sé stessa e incapace di dialogare con l’etica.

Particolare del quadro "La parabola dei ciechi", di P.Bruegel il Vecchio, 1568

Particolare del quadro “La parabola dei ciechi”, di P.Bruegel il Vecchio, 1568

La crisi ambientale, il depauperamento delle risorse naturali, il dilagare della violenza, lo spreco dei consumi effimeri accanto alla crisi economica, lo sfondamento di ogni limite e il progressivo imbarbarimento delle relazioni umane ci avvolgono in una nebbia che ci rende più ciechi dei ciechi mentre ci trastulliamo con i giocattoli digitali e con i godimenti effimeri. Eppure ci deve essere una luce che guida l’umanità senza accecare, così come esiste la speranza di risalire la china. E in che cosa riposa? Forse nella capacità di rivolgere gli occhi della coscienza dentro il cuore e di guardare e guardarci con occhi nuovi sviluppando ciò che l’eccesso di opulenza ha offuscato, trovando strade alternative ai percorsi soliti, punti di osservazione diversi, visuali e orizzonti nuovi. Ritornare alle origini delle ragioni fondanti la convivenza civile. E fare tesoro anche dell’orrore e del disgusto, come lezione esemplare, come monito per ricominciare.

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Scritto daMaria Pia Fontana

7 comments to “Cecità, una triste metafora del nostro tempo”
  1. Lettura penetrante e attuale. La cecità oramai è globale nella perdita dell’umano. Rimane una tenue luce da riscoprire dentro ciascuno di noi: la coscienza come scintilla del divino. Di questo parlo nel mio nuovo romanzo OLTRE IL TEMPO, se pure in modo forte e irriverente rispetto alle imposture della storia. Brava Maria Pia!

    • Grazie per il tuo contributo alla riflessione, sono molto curiosa di leggere il tuo nuovo romanzo e sono certa che avremo modo di confrontarci a lungo su questi temi, un caro saluto.

  2. Messaggio simbolico di difficile inetrpretazione,si presta a molteplici significati; i principali secondo me sono contenuti nella recensione ,anch’essa – intuisco – di difficile stesura e che perciò merita una particolare congratulazione : la prima ,il rimarcare che fai dell’offuscamento ,del buio che paradossalmente apporta una luce immensa e soverchiante,che non rischiara ,non fa tarsparire,non fa emergere bensì occultare e disorientare . Quel “bianco” che gia ben definisci e a cui mi sentirei di aggiungere altri elementi importantissimi del simbolismo arcaico dei colori – i sette colori dell’arcobaleno..le sette note del pentagrmma ..i sette cieli ..i sette giorni..gli elementi naturali.. ..il Nero che la tradizione e la psicanalisi ,associano al tempo,all’origine,alla “germinazione” e il Bianco che è invece l’ a-temporale ( oltre ad essere il “contenitore” di tutti i colori e il Vertice della gerarchia iniziatica )
    Ecco questa a-temporalità de bianco,mi riconduce molto agevolmente a condividere quella tua interpretazione della cecità come visione chiarissima interiore contrapposta alla dimensione temporale del divenire lordata da mille miserie e mille insufficienze di vita e di relazione,di degradata e sfigurata realizzazione della persona umana e della sua relazione sociale,triste manifestazione ,non solo “metafora del nostro tempo” ,ma anche possibilità,potenza di “riscrivere “ ,come tu dici,in una nuova “tabula” della coscienza “rasa” dalla luce soverchiante e coprente attraverso un dolorosissimo quanto rigenerante moto di consapevolezza interiore di se stessi ; “ rivolgere gli occhi al cuore “,”ritornare alle origini fondanti della convivenza”..
    D’altronde,non è questo l’insegnamento supremo che la grande tradizione classica e spiriti eletti di ogni tempo ci tramandano , del Cieco Veggente e Vaticinatore l’unico che puo’ “vedere” oltre , più profondo , più in alto il Vero,l’Essenziale.

  3. Ho finito il libro nello stesso periodo, gustandolo come un vino e fino alla fine senza chiedermi che cosa volesse dirci l’autore. Adesso scopro il tuo ricco commento… Io penso a questa cecità come ad una eventualità parallela di esistenza, la conseguenza dello scarto iatrogeno tra il nostro tempo attuale e l’umanità. La cecità ci scorre intorno e noi stessi diventiamo ciechi, anche quando abbiamo la vista, perché siamo tutti coinvolti. Perché una sola vedente? Perché la crisi è personale. Perché il contagio? Perché le cause e conseguenze sono sociali mentre la soluzione è socializzabile. Mariapia grazie e spero di tornare sull’argomento.

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