L’audacia, il limite e la tartaruga di D’Annunzio

di Maria Pia Fontana

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Il Vittoriale di D’Annunzio

Mentre il primo acquazzone di agosto mi avverte che l’estate volge al termine e che esiste un limite nelle stagioni, nel tempo e nella vita, ripercorro con la memoria le immagini di queste vacanze che mi piacerebbe ri-cordare, cioè fissare nella memoria del cuore, attraverso la scrittura. Ci sono delle cose che si possono fotografare solo così. Tra queste immagini, ne recupero una che associo al mio stupore e all’apertura di una nuova finestra di pensiero.

Mi trovo al Vittoriale degli Italiani, nei pressi di Salò, sul Lago di Garda, e visito divertita quel bizzarro mausoleo che D’Annunzio edificò di sé stesso quando ancora era in vita. Più mi addentro nelle stanze e nei corridoi, che contengono circa 33.000 volumi, suppellettili ed opere d’arte di ogni tipo, anche se talvolta si tratta solo di riproduzioni di sculture celebri, e più mi sorprendo nel notare la straordinaria attualità del Vate, che riuscì a fare del culto della propria personalità la sua personale religione. Nell’atto eroico, nel verso ardito, nelle innumerevoli e leggendarie amanti, che cambiava con più facilità e disinvoltura di quanto non facesse per le sue cravatte, ma anche nelle sue pose eccentriche ed anticonformiste, D’Annunzio celebrava sé stesso e la sua costante ricerca del piacere, allo stesso modo in cui oggi trionfa il mito dell’individualità e del godimento di emozioni sempre nuove. Il Vate fu, quindi, un grande precorritore dei tempi. Lo dimostra non solo la capacità di fare dei suoi gusti e delle sue manie l’unico metro di misura per valutare persone e situazioni, ma anche l’uso sapiente della sua immagine, anche a fini commerciali. Sono noti, infatti, i suoi rapporti con il mercato e con la pubblicità. Fu lui ad inventare il nome del grande magazzino “La Rinascente”, ispirato all’Araba Fenice, battezzato così per celebrare la ristrutturazione dello stabilimento dopo un incendio distruttivo. E sempre a D’Annunzio si devono vari slogan per l’Amaro Montenegro e l’Amaretto di Saronno. Anche la sigla Saiwa (Società Accomandita Industria Wafer e Affini) venne coniata da D’Annunzio e persino il dentifricio Gengival gli è debitore per il motto poetico “A dir le mie virtù basta un sorriso”. Insomma, oltre ad essere un letterato ed un accanito interventista in guerra, il Vate fu un egregio testimonial pubblicitario per varie aziende, ma soprattutto per sé stesso.

Molto prima che David Bowie pianificasse l’atto finale della sua uscita dal mondo attraverso un’opera destinata a diventare un enorme successo di pubblico, D’Annunzio simulò la sua morte a causa di una caduta da cavallo per promuovere la sua raccolta “Primo Vere”. Insomma, egli coscientemente e tenacemente si impegnò a costruire un’identità tesa a trasgredire i canoni e le convenzioni sociali in buona parte per autoincensarsi. Inoltre, cultore e collezionista di opere d’arte, mantenne sempre un tenore di vita al di sopra delle sue possibilità, ricercando in modo maniacale il lusso, come se attraverso gli oggetti preziosi o esotici che costipavano ogni angolo della sua casa dovesse nascondere una sorta di horror vacui.

Come è noto, “Memento audere semper”, ricordati di osare sempre, locuzione che D’Annunzio ricavò ispirandosi all’acronimo MAS, Motoscafo Armato Silurante, fu una delle sue massime più famose ed influenzò l’immaginario delle generazioni successive, specie se aderenti ai movimenti di destra. Dotato di forte impatto emotivo, l’ammonimento è simile al significato del motto latino Audax fortuna iuvat.

Anche il timido ed introverso Soren Kierkegaard, a metà dell’800 invitava ad osare, sebbene all’interno di un’impostazione di vita e di pensiero molto diverse da quelle di D’Annunzio. Scriveva infatti il filosofo nel 1849: “(…) Perché se ho sbagliato nell’osare, bene, la vita mi aiuta punendomi. Ma se non ho affatto osato, chi mi aiuta? E quando per di più non osando affatto nel senso più alto (e osare nel senso più altro è proprio diventare consapevole di sé stesso) acquisto vilmente tutti i vantaggi terreni…e perdo me stesso?”. Per Kierkegaard, che considerava la vita religiosa l’unica condizione esistenziale capace di proteggere l’uomo dall’angoscia della disperazione, l’arte di osare era funzionale a compiere il proprio progetto di vita. Ma il filosofo rifiutava un’impostazione egocentrica perché considerava l’uomo una sintesi tra “infinitezza e finitezza, temporalità ed eternità, libertà e necessità”. Per D’Annunzio, invece, l’audacia era a servizio del proprio ideale estetico e megalomanico, perché tesa a favorire il godimento di tutte le possibilità del presente, “ballando il valzer dell’istante” (per usare un’espressione dello stesso S. Kierkegaard).

Mentre elaboro questi pensieri e la mia conoscenza di D’Annunzio si arricchisce di nuove curiosità e aneddoti, sapientemente sciorinati dalla guida del tour, entro nella stanza della Cheli, che prende il nome da un’insolita tartaruga in bronzo, posta in bella mostra sul tavola da pranzo, sontuosamente imbandita, che il Vate fece realizzare dall’artista Renato Brozzi, utilizzando i resti della propria tartaruga, morta per indigestione di tuberose nel suo giardino. Lo scopo di questa scultura un po’ macabra era quello di esortare alla morigeratezza nel cibo, per evitare gli effetti nefasti delle scorpacciate.

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Resto colpita da questo ruolo pedagogico di cui il Vate si era auto-insignito. Come poteva un uomo, che eccedeva in tutto, avere l’ardire di invitare gli altri alla moderazione? E’ come se un etilista esortasse il prossimo ad essere astemio. Forse il fatto di avere la faccia di bronzo come la tartaruga faceva parte del “coraggio di osare” che D’Annunzio invocava? Pare, peraltro, che nonostante la sua paura di ingrassare lo inducesse a sottoporsi a giorni di digiuno, egli fosse solito mangiare voracemente, talvolta in modo quasi bulimico, ed amasse cibi ricercati.

Sul suo intenso rapporto “epistolare” con la cuoca Albina Becevello, alla quale il Vate indirizzava biglietti scritti a tutte le ore del giorno e della notte, è stato persino scritto un libro (La cuoca di D’Annunzio, di M. Santeroni e D. Miliani, ed. Utet, 2015). D’Annunzio, convinto sostenitore dei poteri afrodisiaci del cibo, sottoponeva alla sua fedele collaboratrice continue e pretenziose richieste, specie prima dell’arrivo di qualche amante, dimostrando peraltro una buona dose di ironia. La cuoca veniva appellata “Suor Intingola” o “Suor Ghiottizia”, mentre lui si firmava “Frate Priore”. Molto attento alla qualità dei cibi, talvolta il Vate esprimeva l’incontenibile desiderio di una costoletta di vitello, altre di cannelloni e patatine fritte, altre ancora di una pernice e, soprattutto, di uova sode.

Per D’Annunzio, quindi, il cibo era una via maestra per il piacere, ma diventava anche occasione di scherzo giocoso e persino poetico, come dimostrano questi versi: «Dilettissima Suor Albina, tu avevi superato tutti i grandi cuochi moderni. Con la perfezione del pollo di Beauvais tu hai superato i più famosi cuochi antichi. Ieri, entrando in me, quel pollo ridiventava angelo, spiegava le ali e si metteva a cantare le tue lodi: Laudate, Ventriculi, Sanctam Albinam, coquam excelsam!». Il carattere mite e accondiscende della cuoca, fece di lei una compagna discreta e fidata per D’Annunzio, l’unica con la quale egli intrattenne un rapporto di singolare intimità, pur senza farla entrare nel novero delle sue amanti.

Considerato tutto questo, la tartaruga corrucciata in bella mostra sul tavolo da pranzo, simbolo visibile del limite e dell’autocontrollo, era solo un modo per mettere in guardia i commensali dai rischi della gola, mantenendosi tuttavia il privilegio del padrone di casa che detta le regole, ma può anche non rispettarle. Per gli altri, i visitatori, gli invitati, gli amici, valeva il limite, ma per quanto riguardava sé stesso, il Vate avrebbe continuato a sfondarlo a suo diletto, deridendo tutte quelle pedagogie che invocano l’esempio che si incarna in una condotta, come la prima strategia educativa di cui “il maestro” dispone per risultare credibile e convincente.

Va comunque detto che l’esortazione alla moderazione nasceva presumibilmente per motivi pratici, piuttosto che etici e salutisti: la necessità di risparmiare sui costi dell’ospitalità, visto che, a fronte dell’ostentazione di tanto lusso, le disponibilità economiche di D’Annunzio erano sempre molto scarse. Era quindi comodo attribuire alla tartaruga la funzione simbolica di sentinella del confine, di guardiana del limite e di personal trainer dell’autodisciplina alimentare.

Ciò che contava per D’Annunzio (e, ahimè, continua a contare per molti) era l’effetto scenico della coreografia, circondarsi degli status simbol del prestigio e dei vezzi dell’artista fuori dai canoni, che in quanto tale può permettersi anche di deridere le regole e i loro guardiani.

Personalmente penso che ciascuno dovrebbe costruirsi la propria personale tartarughina, magari più discreta e meno bruttina. Mi rendo conto che potrebbe risultare demodè, ma fare delle regole non una camicia di forza che costringe, ma un puntello che sorregge ed incentiva le componenti costruttive e creative dell’identità, ci restituisce il volto umano, praticabile ed auspicabile del nostro potere e delle nostre reali possibilità.

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7 comments to “L’audacia, il limite e la tartaruga di D’Annunzio”
  1. Condivido molto di ciò che viene riportato con molta eleganza stilistica ,con “divertimento” unito bella,articolata e stringente introspezione verso un’anima poetica e umana unica , sfuggente e poliedrica come quella di D’Annunzio; soprattutto condivido l’intento di tutto l’articolo di dimostrare come la “scena” e la smodata considerazione non solo di sè,ma ben più drammaticamente dello snaturamento del ruolo pubblico cui è chiamato chiunque diventi guida intellettuale e morale di una comunità umana ,fosse anche attraverso l’arte e la letteratura più sublime.

    Come ben descrivi ,sono sicuramente forti connotati “dannunziani” il culto della personalità, l’assenza di ogni “regola” ,la smodatezza esibizionistica ,la ricerca spasmodica del piacere personale unito all’idolatria del lusso e della lussuria ( anche se con i tratti del più cupo decadentismo), lo sfruttamento della propria immagine e il campeggiare incontrastato nella scena pubblica deridendo e disprezzando quelle che ben si definiscono “le regole e i loro guardiani”.
    Quel che non mi pare convincente è la riduzione a mero “piacere personale” dell’ ” arditezza ” e della vita “pericolosamente vissuta” che mi sembra non tenga in giusto conto non solo i momenti altissimi delle impresa fiumana e viennese,ma anche quei contenuti intellettuali e spirituali della concezione del superuomo nicciano di cui lui sicuramente si nutriva .L’idea che il poeta sia un vate, un personaggio mitico che si esprime primariamente attraverso l’azione.

    Mi pare che si debba maggiormente sottolineare parlando di D’Annunzio oggi, riflettendo sull’eredità artistica e spirituale della sua opera poetica sulle nostre generazioni , da una parte ,il peculiare concetto di “estetismo” ( assai spesso usato in termini spregiativi) che è un termine essenziale per capire la poetica dannunziana : partendo dall’assunto che la “regola” della vita è il “bello” ( e non il “buono”) e che l’Arte è il massimo valore cui tendere ,la vera risposta alla volgarità della vita borghese verso cui nutre il piu profondo disprezzo ,il Poeta non dedica la sua opera alla vita ma a quell'”arte per l’arte” ( “ars gratia artis” ) .pura e trasparente concezione estetica che che trova un sublime apice nel “suono” della parola ,del verso,nel quale egli riversa tutto il significato irrazionale e superiore della Poesia ,” melodia, musica, catena di significanti che comunicano direttamente all’anima i significati più profondi. ”

    Dall’altro,speculare al senso profondo dell’Estetica dannunziana
    uno straordinario pan-naturalismo,inteso come dissolvimento dell’uomo nell’elemento naturale e con esso una sorta di arcaico e ancestrale vitalismo ,panicamente inteso come espressione “gioiosa” della vita,puro istinto,scomparsa di qualsiasi forma strutturata della realtà in ogni suo assetto , che con le sue dinamiche avvia l’uomo verso una condizione “divina”,che avviene con una specie di identificazione sensuale con gli elementi della Natura fino alla scomparsa di ogni soggettività.

    Credo che proprio per questo oggi D’annunzio parli all’uomo moderno con grandissima sintonia,molto di più dei suoi tempi che lo videro imbrigliato ,vittima e artefice, di quella costruzione esasperata estetizzante ,vacua e per molti versi contraddittoria con se stesso.
    Oggi più che mai il verso incantato della “Pioggia nel pineto” e la rapsodia estiva dell’ “Alcyone” si possono sentire e “ascoltare” come quel puro suono,quella vibrazione melodica musicale che permettono di superare con la poesia la condizione umana.
    Come è tramandato in ogni tempo dalla Tradizione universale.

  2. Condivido molto di ciò che viene riportato con molta eleganza stilistica ,con “divertimento” unito alla bella,articolata e stringente introspezione verso un’anima poetica e umana unica , sfuggente e poliedrica come quella di D’Annunzio; soprattutto condivido l’intento di tutto l’articolo di dimostrare come la “scena” e la smodata considerazione non solo di sè,ma ben più drammaticamente dello snaturamento del ruolo pubblico cui è chiamato chiunque diventi guida intellettuale e morale di una comunità umana ,fosse anche attraverso l’arte e la letteratura più sublime.

    Come ben descrivi ,sono sicuramente forti connotati “dannunziani” il culto della personalità, l’assenza di ogni “regola” ,la smodatezza esibizionistica ,la ricerca spasmodica del piacere personale unito all’idolatria del lusso e della lussuria ( anche se con i tratti del più cupo decadentismo), lo sfruttamento della propria immagine e il campeggiare incontrastato nella scena pubblica deridendo e disprezzando quelle che ben si definiscono “le regole e i loro guardiani”.
    Quel che non mi pare convincente è la riduzione a mero “piacere personale” dell’ ” arditezza ” e della vita “pericolosamente vissuta” che mi sembra non tenga in giusto conto non solo i momenti altissimi delle impresa fiumana e viennese,ma anche quei contenuti intellettuali e spirituali della concezione del superuomo nicciano di cui lui sicuramente si nutriva .L’idea che il poeta sia un vate, un personaggio mitico che si esprime primariamente attraverso l’azione.

    Mi pare che si debba maggiormente sottolineare parlando di D’Annunzio oggi, riflettendo sull’eredità artistica e spirituale della sua opera poetica sulle nostre generazioni , da una parte ,il peculiare concetto di “estetismo” ( assai spesso usato in termini spregiativi) che è un termine essenziale per capire la poetica dannunziana : partendo dall’assunto che la “regola” della vita è il “bello” ( e non il “buono”) e che l’Arte è il massimo valore cui tendere ,la vera risposta alla volgarità della vita borghese verso cui nutre il piu profondo disprezzo ,il Poeta non dedica la sua opera alla vita ma a quell'”arte per l’arte” ( “ars gratia artis” ) .pura e trasparente concezione estetica che che trova un sublime apice nel “suono” della parola ,del verso,nel quale egli riversa tutto il significato irrazionale e superiore della Poesia ,” melodia, musica, catena di significanti che comunicano direttamente all’anima i significati più profondi. ”

    Dall’altro,speculare al senso profondo dell’Estetica dannunziana
    uno straordinario pan-naturalismo,inteso come dissolvimento dell’uomo nell’elemento naturale e con esso una sorta di arcaico e ancestrale vitalismo ,panicamente inteso come espressione “gioiosa” della vita,puro istinto,scomparsa di qualsiasi forma strutturata della realtà in ogni suo assetto , che con le sue dinamiche avvia l’uomo verso una condizione “divina”,che avviene con una specie di identificazione sensuale con gli elementi della Natura fino alla scomparsa di ogni soggettività.

    Credo che proprio per questo oggi D’annunzio parli all’uomo moderno con grandissima sintonia,molto di più dei suoi tempi che lo videro imbrigliato ,vittima e artefice, di quella costruzione esasperata estetizzante ,vacua e per molti versi contraddittoria con se stesso.
    Oggi più che mai il verso incantato della “Pioggia nel pineto” e la rapsodia estiva dell’ “Alcyone” si possono sentire e “ascoltare” come quel puro suono,quella vibrazione melodica musicale che permettono di superare con la poesia la condizione umana.
    Come è tramandato in ogni tempo dalla Tradizione universale.

  3. Condivido il tuo commento Rosario, ben consapevole che il mio scritto non approfondisce la poetica o la prospettiva esistenziale di D’Annunzio, semplicemente perché ha pretese molto più modeste. L’ho scritto seguendo (e riportando alla memoria) l’impatto emotivo che la bizzarra rappresentazione del limite adottata dal Vate (la tartaruga) aveva suscitato in me. Questa insolita statua di bronzo-monito, infatti, mi era risultata stridente con il quadro di personalità di D’Annunzio, che viveva secondo il motto “vivere ardendo e non bruciarsi mai!” o “memento audere semper”, cavalcando l’onda delle emozioni e non rispettando altra legge se non la ricerca del bello espresso dall’arte (come giustamente dici tu). Non affronta il mio breve scritto neppure le diverse declinazioni che può assumere questa idea di bellezza, variamente interpretata e ricercata nei secoli (bello come senso estetico, bello come senso etico? Bello come armonia tra queste due visioni o come equilibrio?). Semplicemente volevo far sorridere sulla sfrontatezza e sulla lieve ipocrisia del simbolo di morigeratezza usato da D’Annunzio (non esattamente bon ton per un padrone di casa che ambisce a fare “il grandioso” con i suoi commensali). Il suo, era quindi un ammonimento che valeva per gli altri ma non per lui e non solo per questioni ideali, ma molto pratiche come la volontà di fare economia. Ma volevo anche riportare l’attenzione, sebbene con ironia, sul valore costituzionale del limite per l’essere umano. Considerato che è uno dei temi su cui (anche a motivo del mio lavoro) sono portata a riflettere spesso, perchè chiaramente si lega al tema della legalità e della giustizia, spero di poter approfondire questo concetto con altri contributi. Ti ringrazio molto per la proficua e dotta interlocuzione 🙂 sempre stimolante e ben argomentata. Un caro saluto

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