Forever young, human ever. Un film per riflettere su una modesta abilità sociale

di Maria Pia Fontana

<<Sono ormai scomparsi, come le mezze stagioni e le lucciole, gli adulti. In giro si vedono quasi soltanto bambini e vecchi. E per di più i piccoli si comportano come come grandi (spesso vengono costretti ad abbandonare l’infanzia prima del tempo) e i vecchi come bambini. Sono saltate tutte le forme che incasellavano le varie età della vita (e che permettevano quindi, consapevolmente, anche di trasgredirle). Al posto di individui maturi, s’avanzan strani bambocci: adulti mostruosi e mai cresciuti che prendono la vita come un grande gioco, una parodia dei trastulli più piccoli (…)>>.

Scriveva così, una decina di anni fa, Francesco Maria Catalluccio in un pregevole saggio edito da Giulio Einaudi Editore, dal titolo “Immaturità, malattia del nostro tempo”(2004, ultima edizione 2014). Il fatto che sia trascorso del tempo da allora ad oggi non è servito ai malati di giovanilismo per guarire e neppure a questa patologia della contemporaneità di ridurre le sue capacità di contagio e di diffusione, considerato anzi che i sintomi si sono accentuati in modo parossistico  con la complicità di un modello culturale efficientista ed edonista che tende ad esorcizzare la morte e il dolore della vita.

Fausto Brizzi si cimenta ad analizzare i tratti più vistosi di questo singolare fenomeno sociale nel suo ultimo film, che vanta un cast di tutto rispetto, composto, tra gli altri, da Sabrina Ferrilli, Fabrizio Bentivoglio e Teo Teocoli. La storia è semplice e forse abbastanza scontata: un gruppo di cinquantenni abbarbicato in un’eterna adolescenza si diletta in avventure o in storie erotico sentimentali con giovanissimi che hanno la metà dei loro anni, rinunciando talvolta a vivere la pienezza  di un amore maturo con una persona della loro età. In parallelo, assistiamo ai defatiganti allenamenti di un settantenne desideroso di dimostrare la sua eterna prestanza fisica e forse anche di umiliare il genero obeso che non riesce a tenere il passo del maratoneta né a considerare il tono muscolare un elemento su cui fondare il proprio valore personale. Tra le storie emblematiche compare anche la vicenda di un patetico cinquantenne ever green, deejay radiofonico, che entra in competizione con un rampante ventenne, il quale riesce a scalzarlo dalla conduzione del suo programma. Tuttavia, la rivalità generazionale alla fine si risolve con una sorta di armistizio di convenienza tra i due contendenti.

Mancano nella narrazione filmica i riferimenti alle conseguenze più dolorose del giovanilismo ad oltranza, così come non si fa cenno al senso di disorientamento dei veri ragazzi, descritti come “vittime” degli appetiti sessuali o dei capricci degli “adulti” oppure come rottamatori senza scrupoli, pronti a fare “ai vecchi” lo sgambetto qualora se ne presenti l’occasione. Dietro il mito dell’eterna giovinezza e della bellezza che non sfiorisce mai, si intravedono le mode e le pressioni sociali, la liquefazione dei legami affettivi, la brama di non perdere le proprie posizioni di potere e la popolarità acquisita, ma tutto resta accennato e poco approfondito e i personaggi risultano privi di spessore psicologico e umano, salvo forse la figura di Stefania (Lorenza Indovina) che subisce il duro contraccolpo della delusione affettiva a causa di un coetaneo abituato a giocare con più mazzi di carte, che le preferisce la ragazzina.

Qualche anno fa Massimo Recalcati ne “Il complesso di Telemaco, genitori e figli all’epoca del tramonto del padre (2013)”, evidenziava come molto complesso e denso di rischi fosse il processo ereditario di trasmissione generazionale, processo che chiaramente non implica solo il trasferimento di beni, ma anche di valori e di scopi. Nei fatti, Recalcati identificava due vizi in capo all’erede: quello “di sinistra”, tipico di chi azzera il suo debito di riconoscenza dal genitore (o dal maestro) e pensa di essersi fatto da sé, e quello “di destra”, tipico dell’erede che si appiattisce su chi lo ha preceduto ripetendo pedissequamente il passato. Se dovessimo invece parlare dei vizi di chi dovrebbe lasciare la sua eredità, cioè degli adulti, potremmo azzardare che oggi tutti i “partiti e gli orientamenti politici” della generazione dei genitori sembrano a rischio di giovanilismo, che, peraltro, a discapito di ciò che si potrebbe pensare, si sposa bene con i movimenti o con regimi reazionari, basti pensare ai miti fascisti della giovinezza e della prestanza fisica.

Emblematico di tale tendenza è il berlusconismo con un leader che ha fatto della sua vittoria sull’età (e della sua insofferenza ai limiti in generale) uno dei punti di forza del suo personaggio. Ma anche i leader dell’altra sponda (a posto che ce ne sia ancora un’altra) non sembrano molto diversi. Dietro la filosofia della rottamazione si celano infatti le stesse logiche di prepotenza e di arroganza che si vorrebbero combattere.

Sebbene non sia raro nella storia dell’umanità il fenomeno delle società gerontocratiche, oggi, in un mondo globalizzato  che svaluta la vecchiaia e che fatica a trovare meccanismi di educazione al progressivo e fisiologico congedo dalla vita, è come se si fosse compromessa quella naturale abilità sociale che ci consente di accettare il lutto della giovinezza e il passaggio del testimone. Eppure, è solo grazie a questa trasmissione che ci si immette in un ciclo ininterrotto di umanità dove la vita conserva la sua preziosità non solo perché limitata e fragile, ma anche perché trova attraverso la continuità generazionale forme innovative di riproduzione. Dovremmo forse educarci all’ingresso nella terza età quando siamo ancora giovani, magari leggendo le belle poesie che Giorgio Caproni dedica ai temi del distacco e del saluto al figlio o impegnandoci a trovare la bellezza del crepuscolo piuttosto che ricreare albe artificiose.

Parlando di “Forever Young”, Brizzi dichiara che «è il primo film dai tempi di Ex nel quale mi riconosco in pieno e che non è il frutto di compromessi o strizzate d’occhio al mercato». Credo tuttavia che  regista avrebbe potuto spingere più a fondo la sua disamina contro questa ossessione dei nostri tempi, svelando che accanirsi nei panni del Puer Aeternus non regala un eterno carnevale né infiniti girotondi festosi e anche le magie di chirurgia estetica alla lunga mostrano il loro aspetto grottesco.

Resta lontano Brizzi dall’immediata e umanamente densa potenza espressiva di Pirandello che, per descrivere la differenza tra la comicità (avvertimento del contrario) e l’ironia (sentimento del contrario) ricorreva alla metafora una “vecchia signora […] tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili”, che si rende ridicola per mantenersi l’affetto del suo giovane compagno. I personaggi del film restano più vicini alle caricature che non alle persone e nessuna lacrima ci restituisce il volto nascosto sotto il cerone.

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Scritto daadmin

2 comments to “Forever young, human ever. Un film per riflettere su una modesta abilità sociale”
  1. Bella recensione,di stile molto piacevolmente scorrevole ,considerando il l’ argomentare sempre fitto e concettualmente intenso.
    In quanto al contenuto,mi pare che ci siano pressochè tutte le tessere del mosaico di crisi esistenziale delle generazioni che stiamo attraversando.Sono molto d’accordo sul quadro dei limiti e delle insufficienze del “giovanilismo” e in particolare sulla retorica acritica del valore della Giovinezza che dovrebbe essere legato non ad un’età meramente anagrafica ,ma ad esaltante progetto di vita e di esistenza fondato su valori “ senza tempo” nel senso di propri della storia dell’Uomo e del suo “farsi strada” lungo il cammino della Storia e non certo caduchi o superficiali ( come ci insegnano anche gli esempi che tu hai citato).Dalla mia esperienza posso affermare che è primario il compito di sciogliere il nodo esistenziale di cui tu parli,citando Recalcati: vivere la propria eredità e prepararne una trasmissione non formale,non consuetudinaria o “conservatrice” tout-court , senza scadere nel reducismo o nell’iconografia ideologico-morali o di costume bensì ,mantenendo intatta tutta la vis “immortale” della Giovinezza,che è creazione continua e trasformazione ardente e perciò stesso non si può identificare semplicisticamente con l’età anagrafica,purchè si riesca a mantenere quella ironia ,dote propria della grandezza d’animo , che descrivi nella bellissima citazione di Pirandello ,bella e al tempo stesso importante e “ difficile” nella sua profonda significazione ,pietra di paragone interiore individuale e collettiva.

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