“Fiammetta” e la cecità della passione.

Ma perché le donne intelligenti sono preda dei farabutti?

di Maria Pia Fontana


All’eterno gioco di seduzione tra uomini e donne e ai complessi meccanismi psicologici che vi sottostanno è dedicato l’ultimo romanzo di Emanuela E.Abbadessa, “Fiammetta” (2016) il cui titolo è mutuato dal nome della protagonista. La narrazione è ambientata nella Firenze e nella Catania di fine Ottocento ed è ispirata a noti personaggi reali, sebbene rivisti con gli occhi dell’immaginazione.
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Fiammetta Renzi è una figura femminile acuta, moderna, anticonformista e capace di osare come quella ciocca ribelle di capelli rossi nascosta dietro la nuca, che le ha dato il nome e che evoca già la passione ribelle di questa ragazza minuta, ma dotata di una grande energia. Fiammetta lavora come maestra in un’epoca in cui le donne di buona reputazione stanno a casa, murate nel ruolo di madre e in quello di moglie devota. Invece, la giovane vive da sola e da sola si mantiene con il suo modesto stipendio di maestra elementare, abituata com’è a cavarsela da sé, perché conosce le durezze della povertà e dell’abbandono. Eppure la sua mente è libera, duttile e creativa, modellata dallo studio e dalla poesia, capace di annusare nell’aria i fermenti di un mondo che cambia e che è destinato a rivoluzionare il ruolo della donna. Immediato e non governabile è il suo innamoramento per il poeta Mario Valastro, un letterato sui generis a tal punto da dedicare dei versi pure a Satana. L’uomo viene attratto dal carattere insolito e determinato della ragazza, capace di distinguersi tra la folla e di applaudire ad una frase o ad un concetto ardito mentre tutti i presenti sono bloccati in un pavido ed imbarazzato silenzio.
E’ amore a prima vista tra i due, sebbene preparato e condito dalla lettura dei versi del poeta, perché Fiammetta, come molte donne, alimenta le sue fantasie romantiche con le parole, allo stesso modo cui molti uomini nutrono i loro occhi e le loro fantasticherie amorose con l’avvenenza fisica femminile. La giovane maestrina è bella e pure intelligente, quindi riesce a solleticare la pulsione sessuale, ma anche l’intelletto e la mente. Quasi inevitabile il matrimonio tra i due e prevedibile l’estasi di una luna di miele insaporita da baci e da infuocate notti d’amore. Ma il risveglio dal sogno ha il sapore amaro della gretta quotidianità dominata dalle due donne che da sempre hanno pianificato e diretto la vita del ex scapolo d’oro, anticonformista nei versi ma non nelle azioni quotidiane, che svelano la sua vera concezione sul ruolo della donna in famiglia come nella società. Le sorelle Strazzeri, Maria Carmela e Concettina, rispettivamente madre e zia di Mario Valastro, renderanno quindi impossibile la vita a Fiammetta, considerata un’infida e spregiudicata donna “del Continente” che contende loro l’affetto e le attenzioni del prediletto uomo di casa. Dal canto suo la ragazza patisce le conseguenze del suo errore di valutazione, perché troppo velocemente sceglie di trapiantarsi da Firenze a Catania, lasciando il suo lavoro, i suoi adorati allievi e l’affidabile e mite amico-collega, da lungo tempo innamorato di lei.

Emanuela E.Abbadessa descrive con sapiente ironia queste due matrone siciliane, ora risibili macchiette ora perfide complici. E se i dialoghi con cui pianificano il loro complotto così come le penose bugie e stratagemmi con cui Concettina tenta di convincere sé stessa e gli altri di essere virtuosa e piacente,  risultano talvolta esilaranti e suscitano la nostra ilarità, altre volte rappresentano le pennellate con cui si tinge di bieca ipocrisia e di meschinità l’atmosfera di casa Valastro. Tra le figure femminili del romanzo viene ben delineata anche quella di Iana, la serva fedele ai padroni, oggetto manovrato che tuttavia manovra, un misto di ingenuità e di malizia, di ignoranza e di furbizia popolare, di rassegnazione e di ambizione, di stupidità come anche di calcolo strumentale. Sarà facile al padrone-poeta approfittare dei suoi servizi in tutti i sensi umanamente possibili, mentre l’emancipata e bella consorte, che insegue utopie sociali e poesie incarnate nella vita, non sarà protetta dalla sua intelligenza né dalle nefandezze del marito e neppure da una nuova trappola della passione.
Il romanzo mi è piaciuto soprattutto perché descrive abilmente sia il vizio maschile del possesso e della conquista, che quello femminile di compiacersi di essere un oggetto del desiderio, pur volendo spadroneggiare sul cuore dell’uomo. Raffinata la descrizione che E.Ersilia Abbadessa fa di Fiammetta che nei fatti resta moderna a metà perché non porta a compimento il suo faticoso ed ammirevole percorso volto a destrutturare i modelli di genere e a costruire legami d’amore più autentici, liberanti ed appaganti, un po’ per inesperienza, un po’ per un atavico difetto femminile. “In poche parole lei era del tutto simile a uno dei modelli studiati e catalogati da Antonio Maria Greco con la freddezza di un entomologo: una donna che vuole per sé ogni attenzione e pretende di decidere del cuore degli uomini. Una che se amata vuole poter allontanare gli spasimanti ma che, di contro, non accetta in alcun modo di uscire dai loro pensieri. Fiammetta Renzi doveva avere sempre la certezza di essere al centro dei pensieri di tutti e per far questo si impegnava in astuzie tanto involontarie da apparire naturali” (pag. 324). Anche la bella, forte e moderna Fiammetta, quindi, rivela qualche crepa ed è forse anche per questo che commette dolorosi errori. Come molti uomini desiderano possedere un corpo, molte donne desiderano suscitare questo desiderio e tendono a strumentalizzarlo per ottenere la governance dei loro sentimenti e pensieri, restando non di rado vittime di un gioco di potere anche quando pensano di poterlo pilotare.
Parallelamente è di grande efficacia la descrizione che l’Autrice ci consegna del seduttore di professione, conquistatore seriale e fedifrago compulsivo, i cui antecedenti letterari potrebbero forse ritrovarsi  nella figura di Rodolphe che G.Flaubert realizza in Madame Bovary con magistrale perizia psicologica e descrittiva.
Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, il seduttore raffinato non si lascia trasportare dalla passione, non resta in balia dei suoi impulsi, non commette passi falsi né espone i suoi punti deboli, ma agisce a freddo e razionalmente pianifica un programma di conquista che raramente lascia scampo alle sue prede. Si sofferma a studiare la “selvaggina” e quindi si concede un tempo di osservazione che, oltre a rendere insicure la donne, che diventano incerte rispetto alla loro effettiva capacità di sedurre, lo porta a incasellarle in tipologie etichettando ed impoverendo la complessità della loro umanità e la ricchezza della loro interiorità. E tale categorizzazione è propedeutica alla scelta delle più opportune strategie di conquista e di vittoria, in un balletto di seduzione e potere in cui vince chi conquista senza lasciarsi irretire il cuore pure quando la preda gli solletica il palato. E anche se ci sono tipologie di cacciagione temibili (es. la “donna-Tigre”) verso le quali occorre stare in guardia, di norma la perizia tattica riesce efficace pure con le prede difficili. Tanto più sono alte le torri da scalare, tanto più viene stuzzicato il gusto dell’impresa, sebbene non esista torre, faro o campanile dove valga la pena trascorrere il risveglio dopo la nottata. Il seduttore di professione è quindi un abile giocoliere ed infiocchettatore di parole perché delle donne conosce le debolezze e i bisogni. Mantiene sempre la relazione su un piano di superficialità anche quando dura nel tempo. Aspetti come la cura, la responsabilità, la difesa del legame, la condivisione profonda, gli restano estranei e privi di significato al punto che anche una richiesta accorata di aiuto non riesce a smuovere di un millimetro il suo cuore, come succede per lo stesso Rodolphe di G.Flaubert che rimane impassibile verso le suppliche struggenti di Emma Bovary. In definitiva, il conquistatore potrebbe crollare solo di fronte ad una conquistatrice ancora più spregiudicata di lui, in un gioco di forza che tende pericolosamente al rialzo come avviene nel film Le relazioni pericolose (1988) di Stephen Freas, tratto dall’omonimo romanzo di Choderlos de Laclos (1782). Ma le conseguenze di questo gioco al rialzo sono talmente imprevedibili e gli effetti così devastanti e perversi che alla fine c’è il rischio concreto che perdano tutti, manipolati e manipolatori, carnefici e vittime.

Resta aperta dopo la lettura del romanzo la domanda: cosa salva le donne intelligenti dai tranelli delle passioni verso l’uomo sbagliato, se talvolta si è attratti proprio da quegli stessi tratti di personalità che poi si rivelano distruttivi? E’ possibile sfuggire alla cocente delusione e alle ferite d’amore se, come ricorda Blaise Pascal, “il cuore ha delle ragioni che la mente non conosce” e ogni innamoramento ci espone ad una disillusione direttamente proporzionale all’intensità della naturale ed iniziale idealizzazione della persona amata? E se la soluzione che renda definitivamente immuni dalle bruciature delle passioni è in bocca agli Dei, a noi rimane la possibilità di interrogare l’autocoscienza, attraverso un lavoro di scavo e di analisi critica dei nostri modelli di condotta affettivi, mutuati dalla tradizione o inscritti nella nostra biografia e cristallizzati talvolta in modo disfunzionale, rendendoci disponibili ad apprendere dalla vita come anche da tutte le sollecitazioni che derivano dalla cultura. E la buona letteratura è una di queste.

 

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Scritto daMaria Pia Fontana

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