Diario di scuola di Daniel Pennac (ed. originale 2007) è un libro “aperto” che a tutti si rivolge perché tutti abbiamo conosciuto l’impatto con il sistema di istruzione formale al quale in misura maggiore o minore dobbiamo quello che siamo diventati. Ma è molto utile che un libro del genere arrivi nelle mani di chi ha scelto di insegnare, per renderlo consapevole dei danni (talvolta irrimediabili) che può commettere sulla pelle degli studenti come anche dei piccoli e grandi miracoli di cui è capace per preservarli da un avvenire di mediocrità e di perenne frustrazione. Ed è utile anche che arrivi nelle mani di un genitore afflitto e disorientato dall’“asinitudine” disperata e disperante di un figlio oppure in quelle di un operatore sociale addetto al recupero e al reinserimento di un minore deviante, che, nella quasi totalità dei casi, ha alle spalle un percorso scolastico accidentato e sofferto, fatto di espulsioni e fallimenti scolastici, conflitti con i compagni e con gli insegnanti, che di norma sfociano in un definitivo drop out dai percorsi di istruzione.
Soprattutto è un libro sincero (a differenza di tante storie in cui il proprio disadattamento giovanile viene esibito con orgoglio come una medaglia al valore) proprio perché con umile onestà l’autore si svela mostrandoci la sofferenza frustrante di questa somaraggine priva di causa originaria. “Figlio della borghesia di Stato, cresciuto in una famiglia affettuosa, senza conflitti, circondato da adulti responsabili che mi aiutavano a fare i compiti (…)padre laureato al politecnico, madre casalinga, nessun divorzio, nessun alcolizzato, nessun caratteriale, nessuna tara ereditaria, tre fratelli con il diploma di maturità (…) ritmi regolari, alimentazione sana, biblioteca di famiglia, orizzonte culturale conforme all’ambiente e all’epoca (…) conversazioni a tavola tranquille, allegre e colte. Eppure, un somaro”(pag. 21). Pennac quindi non ha appigli o giustificazioni per la sua ebetudine scolastica. Il limite è solo suo e diventa la sua prigione e la sua maledizione, la profezia inconfutabile verso il fallimento. L’effetto Pigmalione vince sempre perché, come a suo tempo insegnava Danilo Dolci, nessuno cresce se non è sognato. Infatti, bambini e gli adolescenti che sono convinti dagli adulti di non avere un avvenire e di essere delle nullità sono delle prede della loro stessa depressione e disprezzo, ma anche della cattiveria altrui e, se non trovano nessuno che li faccia ricredere “siccome non si può vivere senza passioni, in mancanza di meglio sviluppano la passione del fallimento” (pag. 48). Passione insana che li può spingere fino alla deriva del suicidio, idea che sfiora Pennac adolescente, per fortuna senza riuscire a conquistarlo.
Un altro indicatore della sincerità dell’autore la vediamo anche nella sua persistente insicurezza, perché l’asino interiore è pronto a risorgere e a paralizzare con i suoi dubbi, insicurezze, la sua sempre incipiente paura del fallimento e dell’inadeguatezza. Pennac tuttavia non è solo sincero, ma è anche animato da un senso di autentica simpatia e solidarietà umana verso tutti i ragazzi “sfigati” del mondo, in particolare quelli che provengono dalle periferie, quelli che sarebbero naturalmente destinati alla marginalità e all’etichettamento deviante. Lo scrittore li guarda con l’occhio benevolo e ottimista di chi vede in loro il seme di una possibilità spesso soffocata dal peso delle condizioni sociali e strutturali ingiuste ma anche dai pregiudizi che rinfocolano la paura e l’avversione nei loro confronti, come se fosse imminente un assalto feroce e cruento di orde di barbari contro il mondo civilizzato e ordinato della cultura accreditata.
Pennac vede bene che la violenza che attraversa la società, e non solo i quartieri poveri, è entrata nelle scuole ed è amplificata dai nuovi strumenti di comunicazione, conosce il fenomeno del bullismo che colpisce i pari e che talvolta rende risibili e penosi bersagli gli stessi docenti, ma sostiene che coloro che “fanno dei giovani più abbandonati oggetto del terrore nazionale” dovrebbero solo vergognarsi perché “sono la feccia di una società senza onore che ha perduto finanche il sentimento di paternità”.Pennac ripercorre nella memoria la carrellata dei suoi insegnanti ed identifica tre salvatori, geni della pedagogia e della didattica, forse ignari di esserlo. Uno in particolare, l’insegnante di lettere ai tempi del collegio, lo tirò per i capelli dal baratro del disinteresse e del senso di incapacità assegnandogli come consegna ad personam non quella di scrivere dei temi ma di cimentarsi in un romanzo. Un’opera insomma al di sopra delle comuni capacità di uno studente che doveva essere frazionata in parti, consegnando un capitolo alla settimana, con l’unico monito di evitare gli errori di ortografia. Fu questo professore a scoprire il narratore che riposava in Pennac e che, una volta scoperto, non l’ha più abbandonato.

Daniel Pennac
E c’è chi la propria vocazione non la scopre mai, non a caso il mondo pullula di geni mancati e di talenti sprecati. E l’asinitudine è lentamente diventata il tratto sociologico di una generazione…
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Della tua disamina fresca e coinvolgente , colgo il cuore nella magnifica citazione di Danilo Dolci “..nessuno cresce se non è sognato..” che si trasforma nell’amara condizione esistenziale dell’Inutilità,e dell’esclusione.Nella mancanza del concetto piu profondo di se stessi che genera devastante auto-disistima..
Vero è anche che il “buon Maestro” non è quello che “incanta” cona la sua persona gli allievi,ma “paziente e ottimista docente innamorato” che suscita amore per la disciplina che insegna,perché diventi un canone esistenziale nella vita dei suoi ragazzi.
Ma questo non avverrà,se, contemporaneamente, egli non dimostra attraverso una manifestazione di identificazione “passionale” con quello che vuol comunicare,la vera natura dell’insegnare,dell’indicare la strada.Ogni vera conscenza ,infatti, è data in primo luogo,dall’immediatezza,dall’”intuito” che le parole,gli “insegnamenti” che ascolti sono Vita..
Proprio come fai ben risaltare tu che che “senza passioni,non si vive; e – aggiungo io – non si” è veri” ,ma solo “imbecilli fieri di essere nati da qualche parte..”.
L’etimologia di educare (da educere) è simile a quella di sedurre (seducere): la differenza di fondo è proprio questa. Il docente bravo non deve attirare a sé, ma alla sua materia. Non dovrebbe manipolare la testa dei suoi studenti ma liberare il pensiero e renderlo autonomo e critico anche se poi alla fine qualche allievo arriva a contestare le teorie dello stesso insegnante. Se il metodo di approfondimento, analisi e l’argomentazione dello studente sono corrette, il docente può essere fiero di quello che ha promosso, anche se lo studente pensa una cosa difforme a ciò che pensa lui e forse proprio per questo
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